Se metti come fa Tobia il fiele del pesce sugli occhi, riprendi a vedere; e le scaglie bianche che te lo impediscono, vengono rimosse.
Nella tradizione antica della Chiesa delle origini (e delle catacombe) era proprio il nome Iktus (pesce) - che sta per Gesù Cristo Dio e Salvatore Nostro (a questo corrispondono le iniziali in greco) - a indicare Cristo e la sua missione salvifica: proprio nelle catacombe, laddove il suo nome era impronunciabile, in quel tempo pericoloso; e la sua immagine proibita dalle autorità.
Se metti il fiele (del pesce) che gli (ti) vien dato da bere sulla croce; e nel contempo, metti la tua remissività al dolore, come la sua;
ecco che gli occhi ti si aprono: che la vita acquista un altro valore: anche le cose che ti vengono imposte; e le ferite che ti vengono inferte.
Così riflettevo stamani mentre stavo portando a termine il libro di Tobia, in cui è una delle preghiere più belle che abbia mai letto rivolte a Dio.
Mi sono commosso, non lo nego (e qualcuno sorriderà); come mi sono commosso di fronte ad Anna che vede da lontano suo figlio che torna a casa; e come di fronte a Tobi che ritorna a vedere e che con passo sicuro ritorna tra la gente e il tempio per dire che è ritornato a vedere appunto e che suo figlio è tornato.
L'allegoria del cristiano è facile e forzata al tempo stesso: chissà.
Ma come non pensarci? Come non potrei pensarci io che per anni mi son tenuto le mie scaglie sugli occhi e che solo alla luce di Cristo e della sua parabola sto ricominciando a vedere e dunque a capire?
Mi piacerebbe tanto leggere la storia di Tobia ad altri, a casa, "quando ti alzerai e quando ti coricherai", come dicono le Scritture, e magari in questi giorni di Natale, quando più spesso saremo in famiglia insieme.
E' che ci manca il coraggio talora di apparire confidenti in quel Dio che ora ci dona una vista nuova e grati, teneri, magari vulnerabili, in questo mondo che ha fatto dell'invulnerabilità e della durezza i suoi miti.
Perdendo la vista, l'udito, la voglia di vivere.