Zoppi ciechi storpi.
Di bella gente si circonda l'uomo di Nazareth e chiunque dia una speranza di tornare a vedere a camminare a vivere una vita come tante. E quanti venditori di cianfrusaglie e di imbrogli e di pozioni si trovano sulla nostra strada. Quelli che vendono la medicina che guarisce e quella che ti fa felice, per sempre, droghe creme amuleti ed illusioni, in ogni caso.
"Io ho pochissimo, Signore di Nazareth, per sfamare questo bisogno insaziabile di non sentirsi abbandonati. Qualche pesciolino e un po' di pane. Mandiamoli via".
Come abbiamo incitato ad andar via bambini e donne disperate, vedove ed emorroisse: "lasciatelo stare - abbiam detto - Non c'è niente da comprare qui!".
E tu invece che sostieni che metterai le mani su quel poco che abbiamo: che basterà.
Esco fuori di metafora ed esco fuori dalle solite melanconie intimistiche.
Cos'hai tra le mani, amico mio?
Io so scrivere quattro righe in italiano che talora fanno sorridere e danno un filo di speranza; quell'altro, tra le dita il dono della musica; uno un dono nella voce; quello la generosità e l'impeto, come un figlio del tuono; un altro ancora sa parlare a chi ha bisogno rassicurandolo, facendolo sentire unico, importante.
Qualsiasi cosa tu abbia tra le mani: in una casa di riposo, in un ospedale, dietro le sbarre e su in cattedra, a scuola; dietro uno sportello, quello è un tesoro da trasformare in quello che è: cibo per l'anima.
Mi ricordo lieto ora, una canzone dei Manhattan Transfer, di vent'anni fa, si chiamava "Soul food to go".
Sì, è proprio di quel cibo che riscalda l'anima che abbiamo bisogno per andare avanti. Non domani, non poi: ora.
E' ora che han fame e bussano alla nostra porta; che abbiamo fame e bussiamo a quella altrui.
E' ora il tempo in cui pani e pesciolini servono per non mandare indietro chi è disperato ed ha solo bisogno di sentrsi dire: "resta con noi, che si fa sera e qui in fondo non ti mancherà nulla", nulla che non basti per ripartire, ora domani: per dove vuoi...