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La mia storia migliore

Pubblicato da enzo cilento su 14 Dicembre 2014, 11:29am

Tags: #la storia

Mi sto convincendo che – come direbbe Garcia Marquez – le cose si vivono per essere raccontate. Non solo gli ultimi quattro anni di vita (quasi cinque ormai) che sono apparentemente un’altra cosa rispetto a tutto il mio passato, ma credo più, più ancora: vissute per essere racontate, senza voler insegnare niente a nessuno, peraltro: così, perché le storie non sono mai pioggia che passi portando via tutto, anche se assomigliassero a delle alluvioni.

E quel che è stato è stato: con molto mistero in fondo, come in ogni vita; molto di inspiegabile e di incomprensibile al momento, ammesso che ve ne sarà uno in cui tutto sarà chiaro. Che ci si chiede “perché così e non in altro modo?”; perché in fondo le porte girevoli che non ci fanno incontrare, che tutto avrebbe avuto un altro esito, chissà, migliore e peggiore; che certi segnali sembrano provenire da un’altra dimensione; che passa il tempo e ancora – per certe cose, tante – neppure mi perdono.

E’ che non saprei da dove cominciare – mi dico – forse dalla mia storia migliore, che non è vero che sia quella che deve ancora venire: spesso le cose belle son già venute e passate; magari in un altro mondo sarà tutto un altro godere, ma insomma in questo, molto è già stato e non è detto che domani sia più facile di ieri, più pieno di cose e di persone. Che li guardo i nostri vecchi e quasi mai sono circondati di persone che li ascoltino e che li prendano sul serio, in effetti, e più spesso invece si chiudono in sé stessi e non hanno più nessuno ad ascoltare, dico uno non un migliaio di persone.

Le storie migliori son quelle col finale aperto, mi dico, che si prestano a tante interpretazioni: e allora le nostre son tutte così, persino uguali; tutto è bene e male in questa ottica. Che non ti abbian reclutato o il suo contrario; che ti abbiano amato, che ti abbiano ripudiato.

Quest’ultima soprattutto, è l’esperienza la più drammatica che si possa vivere – pensavo sere fa – e mi ricordavo mio padre che mi parlava della tristezza di Ermengarda, delle trecce morbide e del petto affannoso. Bisogna saperlo cosa significhi essere accantonati e ripudiati per capire che ci si consuma, quando non se ne vede una ragione…

Bisogna viverlo per poterlo raccontare – appunto – senza vittimismi e pure senza stupidi cinismi: non si resta gli stessi dopo, “ti hanno ripudiato. Tu non sei chi desidero, non più” e davvero il cuore sanguina: temo che si muoia di creapacuore.

La storia più bella che volevo raccontare verrà fuori la prossima volta, prima che mi spezzi tutto dentro, chè ora neppure la ricordo più: sarà questa tristezza, questa incomprensibile porta che non gira più, che si è inceppata; che rimani un po’ di qua e un po’ di là, come d’inverno – dice il poeta – un aratro in mezzo alla maggese.

Ma lo prometto: domani è il tempo per la mia storia migliore, per quelle cose che ti lasciano a bocca aperta solo a raccontarle; così tanto che ora non posso, non trovo le parole.

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