Ci si chiedeva ieri, tra scrittori impenitenti, la ragione per cui scriviamo; ci interrogavamo se avessimo nel fondo del cuore, neanche troppo in fondo, un obiettivo che perseguivamo, un ideale civile o di bellezza civile.
Col tempo in realtà - quando di tempo non ne avanza più tanto - me lo chiedo spesso; e mi chiedo, quasi come il poeta "Guido i' vorrei", se ha un senso farlo ancora; se è bello e buono, come dicevano i greci, kalòs kai agatòs...
Non scrivo solo per me stesso, ecco; e neppure solo per il mio orgoglio, mi accorgo; non per i posteri nè per entrare tra le urne dei forti in Santa Croce.
Scrivo pensando a chi legge, per lo più: al bene che posso fare, al male; al rifugio che vorrei essere, per quell'attimo.
Scrivo per amore e tenerezza; perchè vorrei darne; e conforto.
Perchè ogni parola fosse compagnia e quando serve, carezza, rimbrotto.
Alla fine, mi dico, anche gli scrittori, come tutti, saranno giudicati sull'amore; e io vorrei saperlo dare, tra un silenzio (tanti), un punto e virgola; una parentesi, per sempre, sostegno. A chi è nella notte.
Se penso a questo, penso alle mie parole che giungono lontane; penso al mio amore nello scrivere le lettere (lo faccio ancora), dove c'è la fatica di star seduti, di prendere una penna in mano; quella di scegliere le parole giuste per dire e non ferire, per scuotere e per consolare, per ringraziare: perchè questa è la prima cosa che devo imparare: a ringraziare. A render lode a chi lo merita, prassi che abbiamo ormai dimenticato. Aspettando - non lo nego - due righe di risposta, ogni tanto...
L'amore e la passione per questa sorta di vocazione; che sposta le montagne, montagne di parole, dette e non dette, di silenzi, di vorrei ma non posso; di "Signore, Signore". Ai generosi, ai coraggiosi è destinato il regno dei cieli.
Noi la voce, il vagito, il Verbo un altro di cui siamo solo un'eco magari attraente.
Come vorrei esser Dostoevskji a volte: per guidare altrove, non per altro.