Me ne sono andato tra i boschi nel pomeriggio, con la terra bagnata, zuppa d’acqua e le foglie – un tappeto – un manto scivoloso e piatto, infido.
Non c’ero che io, con me stesso, e credo Dio, da qualche parte e dentro il cuore, la nostalgia di Lui e quel desiderio di non perdermi neppure una parola, un battito di ciglia.
Me ne sono andato - come ai tempi dell’oratorio - a raccogliere il muschio per il mio presepe; a rubacchiarlo dalla corteccia degli alberi all’ombra, esposti a Settentrione, e dalle pietre, dove si attacca meno terra, sotto.
Con una busta in mano e a mani nude, una vera gioia del cuore, la terra; un vero e proprio tuffo in quel che siamo: terra e cielo che si incontrano e si incrociano; Dio e Uomo.
Era quasi l’ora del tramonto – così veloce in questa stagione – e non credevo a quel silenzio; le mie orecchie che non vi erano abituate; non più da tanto, dopo decenni vissuti a Roma, il rumore.
Non credo a me stesso, a come questa apparente assenza di suoni sia invece piena; di piccoli umbratili movimenti e calpestii; di come tutto sia così pieno di ciò che siamo, se solo ci fermiamo e non ci riempiamo del frastuono.
Sono tornato con un sorriso sulle labbra, credo, con la mia busta gialla piena di muschi e di foglie: l’ho raccontato in giro poi, come si fa con le cose belle, poche invero di questi tempi, in questo mondo così sbagliato, senza misura d’uomo. Dovremmo raccontarlo – dico – senza pudore, che a divenire nuovi basta volerlo e chiederlo; rispondere a quel “credi che io lo possa?; “certo, lo credo”; e inspiegabilmente tornare a respirare, a intravedere.
Ciò che non vedevi più: che eri convinto insomma neppure esistesse.