E va bene la porporina e vanno bene le stelle di Natale; ed anche i presepi.
Me ne faccio prendere dal gusto un po’ retrò anch’io, per quel bisogno di fanciullezza “pura” che non so tenere a freno: e perché dovrei del resto?
Ma l’intimismo e la fanciullezza perduta non bastano: neppure per Natale.
Mi hanno colpito le parole pronunciate dal patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I appena una settimana fa, accogliendo Francesco “Unità (cioè identità ndr). A questa devono tendere i cristiani (e le Chiese ndr.). Ed essa nei fatti esiste già. Uniti nel martirio dove questo viene richiesto (e ci vien chiesto ogni giorno di testimoniarlo – dico io). Perché, di fronte al terrorismo ed all’intolleranza, in Medio Oriente e non solo, (di fronte al modello globalizzante di sviluppo – aggiungerei), a nessuno vien chiesto se è cattolico o ortodosso o anglicano”.
E allora lo scandalo – insomma, la pietra d’inciampo – è questo essere divisi (un esercito diviso va in rotta di fronte a chi lo attacca); andare in ordine sparso e questo essere così poco riconoscibili e così poco “cristiani ossia con Cristo” (io direi “uomini” inoltre), di fronte agli eventi della vita, alle scelte che pure si impongono; per non dire di fronte a ciò che pure apparentemente ci unisce e ci costituisce: dico il Natale, per cominciare.
Perché non stiamo facendo solo una bella commemorazione folcloristica da qui al 25 e non festeggiamo appunto “il compleanno di Gesù”. Questa lettura non la si fa neppure più con i bambini.
E se fosse solo il suo compleanno, sarebbe il genetliaco di un vecchio di duemila anni.
Credo che si stia parlando d’altro.
Della vita diversa e bella che questa adesione deve significare; fede in un altro domani, in un altro genere di sviluppo; in un’altra giustizia umana e sociale; in un’altra vita; in una Resurrezione non solo qui ed ora; in una promessa che va mantenuta da noi per primi: attimo per attimo, scelta su scelta. Un cristiano attaccato al denaro; agli affari; alle case alle speculazioni; al profitto, all’inganno, alla frode: per carità! Meglio non esserlo!
Ed io?
La prima, la più banale delle scelte (che è comunque una scelta di campo), è quella di andare oltre la porporina appunto e anche oltre le “sole” belle e solenni celebrazioni liturgiche dei giorni a venire.
Dentro dovremmo averci il fuoco per cambiarlo il mondo, per spendere tutto per questo: non per i regali. E nemmeno per le tasse dei tartassati. C’è un mondo di disperati, di senza lavoro, di senza speranza, di senza soldi, di senza Dio. Ci interrogano; sempre invero e non solo a Natale…
Non può bastare la melanconia e neppure il ritornare ai bei giorni di quand’eravamo piccoli che non tornano più.
I sapienti (e io non lo sono) raccontano di tre venute di Cristo: una prima nella storia, duemila anni orsono; un’altra alla fine dei tempi; la terza è qui, adesso, e sta nel nostro approccio alla vita, alle cose, alle persone, alla scala di valori che mettiamo spesso solo come idolo e come totem nella nostra vita; Dio tablet, Dio auto; Dio viaggio nelle Antille.
Mi ricordo che Agostino diceva sempre che il nostro pregare del resto non serve a ricordare a Dio, a nessuno, ciò di cui abbiamo bisogno; ma a ricordarlo a noi stessi, a capire davvero quello che amiamo e per cui riteniamo che valga la pena vivere e combattere.
Cosa ci unisce dunque, dopo la porporina che trovi da Oviesse?