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Martino, ai Monti e tra i banchi

Pubblicato da enzo cilento su 11 Novembre 2014, 18:27pm

Tags: #I PADRI

Quant’è bella la chiesa di San Martino ai Monti, a Roma, in zona Esquilino. Già più volte mi è capitato di parlarne.

C’è stato un lungo periodo della mia vita in cui, per andare al lavoro, vi passavo davanti – in genere mi muovevo a piedi confidando nella buona lena delle mie gambe – e non di rado mi ci sono fermato.

Ora è affidata alla cura dei Padri Carmelitani.

In ogni caso è uno di quei gioielli un po’ meno noti della Città Eterna, dove però un respiro di fede è ancora possibile cogliervelo.

Parto da così lontano, per dire della bella figura di Martino di Tours, oltretutto, i cui primi ricordi – per quel che mi riguarda – risalgono alle scuole elementari, quando la mia inarrivabile insegnante ebbe a parlarci (ma dovevo davvero essere piccolissimo) del gesto solidale dell’ex soldato pannone, di fronte ad un mendicante.

Certe cose – vai a capire perché – restano impresse per tutta la vita, come Francesco che si spoglia di ogni cosa di fronte al padre; come la cavalla storna che portavi che non ritorna; come l’albero a cui tendevi la pargoletta mano; o infine il D’in su la vetta di una torre antica (ma la mia maestra era una gran donna, ad ogni modo …).

Detto ciò, scoprire poi anni dopo che il Martino di Tours, monaco e poi vescovo era molto più che un personaggio leggendario è stato come scoprire che i sogni dell’infanzia talora si avverano.

E se c’è tanta agiografia ed esagerazione nel racconto della vita di ogni santo (l’agiografia è un genere vero e proprio); che questo tratto di umanità, in un soldato, ci dovesse essere, appare una costante sorprendente, pur in mezzo a molti luoghi comuni, topoi letterari, per intenderci.

Martino ad ogni modo – come altri – fu fatto vescovo quasi per acclamazione. Doveva essere, come Paolo ricorda a Tito che è rimasto nell’isola di Creta, un uomo di grande equilibrio, affidabile e anche ospitale, capace di accogliere chiunque, certo, ma anche di scegliere i presbiteri, badando a che non avessero una vita dissoluta o qualcosa del genere. E che avessero (vd. “ospitale”), un gran cuore.

Pare insomma che Martino, il soldato, lo avesse davvero.

Nel solco delle vite dei santi tradizionali e riprendendo parole che anche Paolo aveva detto di sé stesso, in limine mortis, Martino – di fronte alle lacrime dei suoi – avrebbe detto “Signore, se sono ancora necessario al tuo popolo, non ricuso la fatica: sia fatta la tua volontà”, mentre “il seno di Abramo si accingeva ad accoglierlo.

Senza indulgere ai sentimentalismi, è quello che mi piacerebbe saper dire, ora e sempre. Dopodiché, certo, siamo un po’ dei servi inutili: insomma dei collaboratori non indispensabili ed anche un po’ inadeguati, ma – vivaddio – ce l’abbiamo messa tutta. Come Martino e come la mia maestra; anzi, come quelli che nella mia vita riconosco in quanto maestri.

Ora riposano in pace: prima di tutto con sé stessi.

E poi anche con noi, e con Dio.

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