All'improvviso, il suono delle ciaramelle, la voce, il suono delle ninne nanne.
Ed ero nel paese che mi ha appena accolto, due sere fa; lassù tra un po' di nebbia e di nuvole, con la valle del Tevere infagottata come spesso accade la mattina.
Con la zampogna, sul ciottolato, fende la coltre di nebbia, un uomo vestito con gli abiti tradizionali dei pastori della Sabina, calzari e pantaloni al polpaccio compresi, cappello e gilet di lana di pecora.
Ci si commuove di fronte all'infanzia che ti viene incontro, alle statuine del presepe che camminano per strada davanti ai tuoi occhi, nebbia e dissolvenza, e comunque realtà: non solo travestimento ad uso dei turisti: quelli oltretutto non c'erano.
Mi sono ricordato che ad un tiro di schioppo è Greccio, il presepe secondo Francesco, e non ho potuto fare a meno di intuire, immaginando.
E' che spesso me ne vado a spasso; e all'orizzonte greggi e ovili; capanni dispersi nel verde. E' che il cuore si intenerisce e chiede a Dio di farsi ancora Uomo, di nascere ancora tra un belato e un suono di zampogna.
Come vorrei aspettare in pace che le statuine prendessero vita davanti ai miei occhi...
Che nostalgia di quell'attesa piena di silenzio!