Quando ero un ragazzino, mio padre mi parlava spesso di una sua nonna che, diventata sorda e provocata e derisa anche per questo suo handicap, ripeteva come una litania "il tacere pure è virtù".
Mi ritorna alla memoria questo aneddoto (e sono certo che papà ne sorriderebbe), leggendo stralci del nuovo libro di Bergoglio, dedicato appunto al silenzio. Già per i Padri del deserto del resto, riferendosi al silenzio, si diceva "Peregrinatio est tacere", cioè "il pellegrinaggio consiste nel tacere"; e farlo insomma è una bella palestra, un'impresa talora: che permette di rientrare in contatto con la verità delle cose, di noi stessi. A che punto siamo? Solo facendo silenzio dentro e attorno a noi è possibile avvicinarsi alla reale percezione dello stato delle cose.
Un padre domenicano, un mese fa, durante la confessione, ebbe a dirmi "va bene il deserto in cui hai scelto di vivere, per ora. Ma il vero deserto da fare è dentro di te". E aveva ragione.
Il silenzio non è mai un fatto esterno a noi, se non in parte. Esso corrisponde a come tace dentro di noi tutta la folla delle recriminazioni, delle dimostrazioni da dare, delle piccole e grandi vendette, delle cose da fare e da comprare...
All'Avvento, che Cristo fa partire quest'anno dal monito "Vegliate", non ci si può preparare che così: aspetto in silenzio - ci provo - che questi venga per noi, come una brezza, un silenzio appena disturbato da un po' di vento. Là Dio ci parla; là noi parliamo a noi stessi.
E di fronte a chi lo accusava, a chi gli chiedeva di scendere dalla croce, il Cristo "autem tacebat", come dicono i Vangeli.
Solo in questo non voler strillare a tutti i costi; nel lasciar tacere le cose e le nostre rimostranze credo che sia possibile ricostruire il senso di quanto stiamo vivendo.
Ci si allena infine al silenzio - come insegnano i Padri - con piccoli esercizi quotidiani: un attimo, un momento, un'ora, una giornata, cercando di spegnere ogni clamore, desiderando e chiedendo che accada.