Babilonia dovrà finire. Ce lo auguriamo tutti, mentre le nostre città risplendono di vetrine che ingannano. Perchè dietro lo splendore è il nulla. E non vedo alcuna felicità. Neppure a Natale. Anzi, a Natale molto di più: lo abbiamo sfigurato.
Non è della crisi dei consumi che si vuol parlare; e neppure delle famiglie che non possono fare la spesa (ce n'è!).
Neppure del tramonto dell'età degli sprechi e dei cesti natalizi. Cosa ci importa tutto questo?
Babilonia trovava ragione in sè stessa e nei propri idoli, nascondendo sotto il belletto, il trucco, la sua miseria umana: era ammalata di una vanità che l'avrebbe condotta alla prostituzione e ai suoi mali: alla sifilide, temo. E non c'è antibiotico che tenga.
Finirà questo tempo e non resteranno che macerie fumanti, vedo. C'è chi ha provato a resistere nel tempo a queste lusinghe, per sopravvivere e lasciare che qualcosa sopravvivesse in lui, che non fosse belletto e trucco, appunto.
E' così difficile relazionarsi con certe cose; con il luccichio e con il lusso; con una sorta di materialismo imperante; così difficile non farsene conquistare irrimediabilmente, tanto che a volte io stesso non vedo quale sia la misura giusta, la quadratura del cerchio.
Forse essa consiste in quel bene di cui si riconosca il valore e la misura e che faccia sorridere e gioire chiunque, come facevano una volta i bambini (in qualche luogo accade ancora) di fronte al dono di ciò che non posseggono ad ogni frigno, ad ogni desiderio appena espresso, come un capriccio.
E' che ci vien detto che è la gioia in sè, quella interiore, il segno di una vita diversa, con meno vuoti da riempire, come può essere quella di un uomo che abbia fede e speranza, insomma; o soprattutto carità.
E questo riassaporare il gusto ed il valore delle cose viene invece additato come lo sguardo arcigno di chi non vuole che tutti si partecipi alla festa.
E' che alla festa fino all'ebbrezza non fa seguito che l'effetto di una sbornia che ti lascia vuoto, mentre Roma e Babilonia bruciano come sotto lo sguardo folle di un Nerone di turno e noi diventiamo schiavi del nostro smisurato bisogno di una falsa allegria: quella di un naufragio, sento.