Il mestiere del giornalista per certi versi è aberrante. Spesso si è costretti a scrivere - posso testimoniarlo - per mestiere, appunto; quindi anche quando non si ha nulla da dire.
E' questo a mio avviso il discrimen tra l'arte (e la sua libertà, forse) e il mestiere appunto, che in fondo è solo un servizio che si presta, nella migliore delle ipotesi.
Allo stesso modo in cui un impiegato va al lavoro ed ha da sbrigare le sue pratiche quotidiane, quelle che gli spettano; per molti, scrivere è una pratica, un pezzo da fare entro le 18; di 360 battute e via discorrendo...
Del resto, anche quello di tenere informati è un servizio: quasi mai gratuito.
La bellezza invece di un blog, il bello di fare "lo scrittore che può stare in silenzio" perché non dalla nostra opera dipende la nostra sopravvivenza; e si parla quindi solo se si sente di avere qualcosa da raccontare; consiste proprio in questo essere liberi dall'obbligo dell'impiegato.
Io non mi sento impiegato - voglio dire - mai. Neppure nel mio creare.
E se è vero che non manco di sentirmi a volte come l'operaio impiegato - per così dire - nella vigna del Signore; so benissimo che la vigna va avanti anche senza di me; che non sono insostituibile; che non sono investito di un compito inderogabile, non sempre: non mi sento il Messia, non sono il profeta; non sono il salvatore del mondo; anche se da ciascuno di noi passa - per quel po' che sta nelle nostre forze - la responsabilità di cooperare alla buona riuscita di un progetto umano, di un umanesimo più integrale: che accolga tutto l'uomo senza dannarlo.
Non sono il depositario della verità, lo so; e questo mi fa bene.
Ed è proprio questa verità - intendo - che mi rende libero: essa non ha bisogno di me come se in mia assenza essa non potesse affermarsi. E' un bel ridimensionamento e questo mi fa felice.
Ci sono momenti in cui stare in silenzio è più prezioso che parlare senza costrutto: c'è un tempo per ascoltare ed uno per parlare. C'è un tempo per scoprire ed uno per condividere ciò che ci è dato scoprire. E' questo che mi piace.
E mi piace molto pensare a come in quest'ottica nessuno di noi si senta indispensabile; dove uno si sente quel che è: un essere limitato, nel gran mare dell'Infinito, forse;
che la nostra voce non è così essenziale; che il nostro respiro non è quello che spinge e sostiene la deriva dei pianeti; che infine le nostre parole, soprattutto in certi momenti valgono poco: valgono di più invece i nostri silenzi, allora.
Non ho una parola su tutto; ho spesso dei vuoti che non vanno riempiti al solito modo: non con il solito ricorrere a me. E' il momento di Altro: di un Tu con cui relazionarsi. E ascoltare..