Mi piace sostare in questi giorni nelle chiese di Roma Capitale, capitale del mondo ormai o come sempre, che ai romani neppure appartiene più. E mi apparto, silenzioso. Non so se questo sia pregare: sto là ad ascoltare: talora mi piego un po', fisicamente, su me stesso e mi trovo un po' dolente e un po' vecchio nelle articolazioni, anche del pensiero; eppure aperto come uno scrigno ormai con un grande segreto, e un tesoro che a volte sento mi è stato dato in dono; e che altre volte difendo con i denti: dal frastuono. Tutto congiura contro questo.
Fuori c'è un modello di vita folle; una civiltà di consumo e di vuoto; e i suoi riti, i suoi bisogni spesso indotti e c'è molta disperazione, oltre a questo. C'è un mondo che va avanti davvero a tentoni.
Se sappiamo riconoscere dai segni il tempo di domani, che il cielo rosso porta tempo buono e che un'aria appiccicosa di scirocco porta invece pioggia, dovremmo saper riconoscere - mi dico - che tutto ciò non può promettere niente di buono.
Non dico neppure uragani, ma siccità e inaridimento: questo è sicuro.
Più sono piccole e meno sono note, persino abbandonate un po', fuori dai circuiti ufficiali del turismo, e più mi piacciono queste oasi dove starmene in silenzio da solo.
Anche se solo non sono mai, che penso spesso a quelli che amo, alla fatica che fanno un po' tutti, a questo percorso tortuoso che è stata la mia vita, fino ad ora, in molto simile al frastuono che adesso detesto, che soprattutto non mi appartiene; e che cerco di lasciare fuori. Ma forse era necessario che tutto accadesse, per essere come sono adesso, così indifeso eppure così forte di fronte a qualsiasi malia, o quasi.
E' proprio vero: che ci si mette una vita intera per diventare giovani.
Ed è bello che quello che vivo ogni giorno, persino le delusioni, mi aiuta a liberarmi davvero di quello che non era importante. Cosicché la delusione stessa è una medicina: ti fa capire quello che è vero, quello che ti serve per vivere ancora, un giorno o un secolo, quello che basta: per essere libero.