Al termine del viaggio - che è un po' come "il termine della notte", rubando il titolo a Celine - ci si chiede a questo punto cosa resti da fare, dove drizzar le vele.
E per un attimo ci si scopre un po' disorientati. E' come se un vuoto si fosse fatto strada in noi.
Un Alessandro Magno pascoliano descrive bene questa condizione. Arrivati alle porte dell'oceano, dove sembra che non ci sia più nulla da scoprire; egli non può fare a meno di chiedersi se non fosse preferibile il tempo in cui tutto era ancora da fare: il tempo dei progetti e delle terre da scoprire.
Così ci si sente. Ed è vero.
Dopodiché, questo è il tempo di godersi il già fatto e anche quello di chiedersi se questo cammino fosse un episodio isolato, come spesso lo sono i nostri, o se invece siano inscritti dentro altro, come una tappa.
In questa ricerca della bellezza, sto esplorando una grande terra di sogni e di speranze, invero, un progetto di vita per cui mi sento già pronto e pieno di energia, perché questo figlio mio non è ancora venuto alla luce e stiamo solo lavorando perché ciò accada.
Che poi accada, dipende da mille variabili e non solo dalla mia volontà.
Sto sognando - non ne ho vergogna - di creare una vera Fraternità di persone alla ricerca del Dio della Bellezza e dell'Assoluto che si fa incontro e che si fa persona. E coniugare tutto con quello in cui credo: il silenzio e la contemplazione; "la Verità che vo cercando" e la preghiera, anche se ognuno col suo modo, forse; interloquendo col mondo della Bellezza appunto e dell'Arte, della Cultura (e non solo cultura di elites ovviamente); sto immaginando una corte dove sentirsi accolti con tutti i propri dubbi e le proprie ferite, con tutti gli entusiasmi che uno si porta dentro e le disillusioni.
E' questo che perseguo e per cui sto lavorando. Per cui il passo appena compiuto acquista un senso e non mi lascia vuoto; anzi mi slancia, fino a farmi toccare il cielo con un dito.