Chiudo oggi a teatro - per ora - col mio testo. Non lo chiamo neppure spettacolo, perché non avevo intenzione di spettacolarizzare nulla. Non voleva esserci neppure un gesto in più; quasi nulla di studiato: ho concesso davvero poco a quello che si chiama il Barnum.
Non è quello che andavo cercando.
Chiudo - e dico "per ora" - e potrei davvero non aprirlo più questo capitolo dedicato agli uccellacci e agli uccellini che hanno popolato i miei pensieri in questi mesi: quelli che non ci sono più, è bene che riposino in pace. Ho reso loro il mio tributo. Quelli che sono ancora qui tra noi: beh, con loro vedrò quello che ancora si può fare, anche per rimediare, se è possibile.
Mi rendo conto che questo andava fatto: che questo è il modo mio per dire e per provare a fare "ama il prossimo tuo come te stesso". Li ho amati ricordandoli, parlandone, scrivendone, richiamandoli in vita per tutte queste "prove" e poi per queste sere in scena, in modo ufficiale.
So che mi avranno sentito e che mi avranno capito: che sono stati a fianco a me sempre, come sopra un altare, pur nella loro totale umanità, per questo omaggio che ho voluto fare alla nostra amicizia, alle nostre miserie, alle nostre grandezze e alle nostre sconfitte, benché non siano mancate neppure le vittorie.
E' tempo di passare ad altro, mi dico.
Come davanti allo Stige, davanti al fiume che conduce lontano; è tempo di imbarcarsi, fratelli miei, e di provare altri mari, altri oceani, ora spero di pace.
Per tutti!