L'ora fatidica è giunta. Da domani, al Teatro Manhattan di Roma, in va del Boschetto - proprio come fanno i bravi giornalisti, lo descrivo - dalle 17,30 ha inizio quest'avventura per certi versi nuova, almeno in questo ambito: un corso di scrittura creativa che terrei io (ed uso il condizionale se non altro perché mi è così difficile pensare di salire in cattedra...).
Il corso ho deciso di intitolarlo "Scritti e Corsari", debitore, ma nella libertà, ad una raccolta di scritti pasoliniani a cui mi son voluto ispirare.
In fondo - mi son detto - chiunque scriva è come se volesse salire su di una nave di corsari, di avventurosi, che provano a metter e non solo su pagina, un po' una vita nuova. Tutto qui.
Scrivere è una bella avventura è vero; come lo è ogni espressione dell'animo umano, nessuna esclusa. Dopodiché, è pur vero che pretendere di insegnare a scrivere è davvero una gran presunzione.
La verità è che si mette a disposizione, come fa l'artigiano, la propria "arte", il proprio mestiere: di chi provasse per esso curiosità; non diversamente da come fa un orologiaio o un ombrellaio.
Figure che non ho scelto a caso.
Quegli ombrelli in pittura - quelli di Chagall, come le bombette di Matisse per esempio, a cui si tengono sospese figure a mezz'aria come per spiccare il volo non troppo distanti da terra - sono il simbolo che faccio mio, in questa storia;
e la storia di ogni sogno, di ogni salvezza, di una grande idea, di un ideale di vita, persino quello religioso (l'arte lo è, in buona parte) è sempre un volare con un ombrellino che ci tira appena appena su, un po' Mary Poppins, un po' il signore di Montgolfier, un po' Chagall appunto e non solo.
Quanto all'orologiaio con i suoi ingranaggi e i suoi minuscoli corpi metallici da mettere insieme, non posso fare a meno di pensare;
ché la fantasia è fatta davvero di piccoli aggeggi da mettere insieme perché suonino e rintocchino; persino nei grandi orologi delle chiese cattedrali, in quelle abbaziali, in quelli dei palazzi dei Signori delle città.
Poi lo so, certo, che la mia scelta di vita - ma anche quelle altrui - non prevedono per forza saper scrivere; che saprei e potrei anche rinunciare di fronte a quella pace cui aspiro, a quel silenzio, in cui non più sarei io a scrivere, ma la mia storia silente tracciata con le dita sui fogli di Eternità possibile.
Se questo "scrivere" però servisse ad avvicinarci ad una più alta considerazione di quel che siamo e a cui siamo chiamati, solo in questa prospettiva, correre insieme a farlo - persino in un corso - sarebbe valso a qualcosa...
E tanto mi dà ancora l'entusiasmo. E' più di qualcosa.