Ho sempre vissuto il fascino di certe immagini: alla lampada che nessuno ha il diritto di nascondere sotto il moggio; alla città posta sul monte, ben visibile. Era questo che ero ed era quanto cercavo.
Così che ogni volta che vi passavo sotto, che ne vedevo in lontananza di montagne e di cime tra le nubi; cercavo di scorgere se mai vi fosse "un luogo dove non ero mai stato" o dove forse ero da sempre; una costruzione, una torre o un monastero, là vicino alle nuvole, appunto.
Fuga? No: approdo.
Approdo in un posto da cui fosse possibile vedere ogni cosa, da un prospettiva giusta, differente: un po' dentro e un po' oltre le cose; a un passo da Dio - spazio sovrumano ed umanissimo assieme; a un passo dall'ovattato senso di cui andavo alla ricerca, affannosamente.
Non è storia di oggi; è storia della mia vita tutta; dai tempi della mia università, per dire... Forse era una vocazione: non a chiamarsi fuori, ma a vivere secondo un'altra prospettiva.
Mi chiedo se ho tradito tutto questo.
Tranne che per una breve stagione la ricerca non si è mai interrotta invero ed alle montagne se ne succedute altre e sempre da scrutare; gli occhi hanno continuato a guardare in alto, a guardare vicino alle nuvole.
Per molti sarà un disagio esistenziale, il mio - ne capisco la ragione - per me è la domanda a cui non ho mai saputo rinunciare, in questo, rimasto giovane come più di venti anni fa...
Canticchio per strada il motivo sentimentale del "Come eravamo", stamattina -un po' sentimentale - "The way we were"; e mi scopro ad essere molto simile a quello che son stato, sempre;
più consapevole che mai, anzi, che la mia ricerca era connaturata e che non era un capriccio: che la lampada non va posta sotto il moggio.
E' averlo pensato che m'ha condotto fuori strada, non il contrario!