Cosa possono insegnarci le vicende più terribili della nostra vita, i torti subiti se non a perdonare? Ne ero incapace.
Oggi posso dire - benedetta Provvidenza! - che le ultime vicende, sulle quali peraltro non mi soffermo; due anni e mezzo di peregrinazioni, più che la tenacia - che già possedevo - è questo che mi hanno insegnato. Ed è una grande pace quella che si assapora.
Non coltivo nessun sentimento di vendetta e ne provo persino stupore. Potrei ben dire che è una Grazia, un dono, inciso nella pietra e nelle lacrime, nel dolore.
Constato tutto questo - e ne sono lieto - in un giorno come questo, quando si fa memoria di San Pio da Pietrelcina.
Premetto: non ho provato mai grande curiosità per il personaggio storico - lo confesso - e neppure per quell'alone un po' magico di cui la fede popolare lo ha ammantato, anche se a casa mia, tra nonni e genitori, Padre Pio è stato un po' una presenza costante, immagini e libercoli compresi.
Certo, la sua storia ha qualcosa di esemplare: la persecuzione e la capacità di sopportare; il perdono.
E' il più grande dono che si possa fare ad altri, ma anche a se stessi, dopotutto: liberarsi dell'oppressione che procura il ricordo del male ricevuto, il rancore: che ci impedisce di vivere, che ci tiene bloccati su ciò che è stato senza vedere un altro futuro.
Persino al Padre - dico - Cristo raccomanda di perdonare loro, perché non capiscono quello che fanno. E se anche capissero, non cambierebbe molto: siamo noi a chiedere di essere liberati dal male; anche dalle cicatrici purulente che può lasciarci addosso.
Voglio perdonare - mi dico - voglio perdonare, perché questo mi rende libero; mi rende un uomo nuovo, insomma.
Don Ernest, che abbracciava Bergoglio domenica mattina a Tirana, dopo una vita di prigione e di torture, sembrava abbandonarsi alle braccia di un altro, affidando alle sue spalle la fatica di liberarsi dall'orrore; di perdonare.
Ci vuole tempo, spalle larghe e una gran voglia di vivere, una Grazia insomma, la più grande.