"Transumanar significar per verba non si poria..."
E' uno di quei versi di Dante che rimangono come incisi, scolpiti, nelle nostre orecchie, nella mente.
Mi sono sempre chiesto come quest'uomo abbia potuto scrivere cose che valicano la frontiera del tempo e restano così, in questo modo, come una sinfonia, un movimento, una nota; un colore della musica davvero senza tempo: Bach forse, più di tutti.
Trasfigurarsi, andare oltre l'umano, "trasumanar" appunto, non si potrebbe descrivere con le parole, no;
ma con i versi, con un suono invece, questo è possibile.
E' come la preghiera inesprimibile dello Spirito (Paolo) alla ricerca di un Verbo giusto; come il giubilo della preghiera che non ha bisogno di parole (Agostino): è solo musica; è come l'immagine il guizzo del mistico (Bach), del profeta, del visionario: trasumanante appunto.
Trasumaniamo ogni volta che superiamo noi stessi, invero; comprendendoci e anche sublimandoci, senza negare ciò che siamo, e partendo da questo, suonando con tutto noi stessi.
E ogni volta che sento parlare di una Trasfigurazione - non solo della pur bella festa dei cristiani - penso a questa musica dantesca e trecentesca:
una musica di sette secoli e più, sinestesia, trionfo dei sensi tutti e dell'immaginazione, quindi...
Si trasfigura ogni sentimento nell'arte: dalla fotografia alla pittura.
Ma forse in nessuna come nella musica, appunto, dove davvero lo stato dell'animo diventa pura incorporeità sonora, come l'Eco che si consuma per amore;
come Marsia tratto dalla sua stessa pelle, nel tentativo estremo di farsi il più dolce dei suoni.
E anche quest'ultimo passaggio è Dante, musico, e parole che trasumanano persino il poeta con tutta la sua fede.