Ci piacerebbe molto invero camminare sulle acque e scivolare sulle onde, fidandoci.
Ci piacerebbe aver maggiore confidenza con il creato.
Il fatto è che l'abbiamo calpestato, violentato per decenni, un secolo e mezzo almeno: di "involuzione" industriale.
Ve le ricordate le immagini e le foto sui giornali di trenta e più anni fa con le schiume tossiche del Seveso e del Lambro; i pesci morti, boccheggianti sulle sponde e la plastica appesa dopo le piene sui rami caduti sui torrenti? Ve lo ricordate il Sarno puzzolente di conserve e pomodori, rosso; le rive del Po e degli affluenti, mentre l'industria italica tirava e i capitani d'industria facevano bella mostra del loro portafoglio, aironi incatramati e albatros in un mare di idrocarburi?
Si poteva scivolare allora sulle acque e morirne, davvero, per gli oli e le schiume che coprivano la superficie dei fiumi; si poteva morire a Mestre, a Taranto, a Terni, a Montalto di Castro; a Seveso; a Monza.
Si camminava sulle acque invero e anche sui cadaveri delle vittime di questa civiltà in espansione incontrollata, pieni di fanghi e di rifiuti tossici, scorie.
Spesso è la coscienza - come dire - un po' sporca, a impedirci di scivolare sul mare che abbiamo violato o quanto meno ignorato.
Due immense isole di plastiche e rottami attraversano gli oceani ad avvelenare mammiferi e cetacei al largo, lontano dall'uomo, che è giunto dappertutto con la sua lunga mano.
Persino tenendosi a distanza da noi non riescono a sfuggire agli effetti della civiltà.
Vorremmo scivolare sull'acqua e camminare incontro ad uno che ci incoraggia a farlo: ma con poca fede - a partire da noi stessi - continuiamo a strillare "affondo", quando invece avremmo tutto, ma proprio tutto, per arrivare fino all'isola felice, braccia aperte, spruzzi dell'oceano che ci accoglie come una culla.
Valla a capire, la coscienza nostra e la paura che tutto ci assomigli.