Ho attraversato un pezzo di spazio nella campagna romana, verdeggiante; poi sono passato per un pezzo di quella pontina, piatta, fino ai confini con la Campania dove risorge qualche montagna, quest'oggi.
E Roma intanto era così lontana: con tutta la sua vita, il suo traffico, il suo via vai di gente, di turisti, tra le mura vetuste e le chiese.
Fuori dalla Città Eterna, che lascio sempre un po' a fatica, c'è come un altro mondo; e non so neppure dire quale sia più vero e quale mi appartenga.
Se sia necessario fuggire dai percorsi turistici e da quelli del commercio di souvenir; o se rifuggire invece ogni fuga lontano da questa dimensione così prosaica, così priva di poesia.
E mi stupisce assai che non ci sia più poesia laddove c'è un surplus di bellezza, di storia e di arte.
Forse perché non c'è più vita se solo ci si riduce ad essere un luogo da visitare,
La verità è che l'arte che non ha più vita, messa nei cellophane a disposizione delle orde di visitatori, smette di essere arte e finisce con l'essere un prodotto. Povera bellezza ridotta ad un supermercato!
Mi capita entrando in certe chiese ormai, in vecchi monasteri divenuti monumento nazionale: non c'è più nulla, quasi nulla ormai là dentro, se non il telefonino alla parete che racconta la storia morta della struttura, in cinese e in arabo persino, in giapponese.
Visiteranno così anche le nostre idee, le cose in cui abbiamo creduto, come un paleolitico da ricostruire?
Fu così che entrando nel tempio, Uno scacciò in malo modo i mercanti dal luogo, perché la casa aveva un'altra funzione: era nata per altro, piuttosto che per l'archeologia.
Eccolo il martirio: essere condannati ad essere osservati come un sarcofago, con tanto di oggetti in scala 1:100.
E non ci può rassegnare a diventare questo, noi che abbiamo tanto vissuto, intensamente, fino a morirne.