Gli antichi Greci, per spiegarsi come la sorte si possa accanire contro qualcuno - sorte spesso aiutata dagli uomini invero, che si sostituivano ad essa per colpire il malcapitato di turno - si erano inventati insomma, sinceri o meno che fossero nella loro fede, la cosiddetta invidia degli dei, la ftonos ton teòn.
Questa colpiva chi, dalle stelle sarebbe crollato fin nelle stalle, finendo in malo modo nella polvere, tonfo che in effetti fa molto più notizia della polvere quotidiana di chi le stelle non le ha mai sfiorate e neppure vagheggiate.
In effetti l'invidia non appartiene tanto agli dei; mentre è senza meno un fardello, sicuramente tutto umano.
A questo proposito, molto mi colpiva, giorni fa, sul quotidiano "Avvenire", il pezzo di Luigino Bruni che, parlando di Giuseppe e dei suoi fratelli - che certo non l'amarono e lo colpirono invece solo per invidia - toccava uno dei punti nevralgici della questione: l'invidia colpisce senza dubbio coloro che sembrano essere stati per così dire privilegiati dalla loro stessa natura; si accanisce contro coloro che sono in grado di sognare soprattutto, di immaginare altro e altrove.
Mi viene in mente Giuseppe, certo, che dei suoi sogni parlava; mi torna alla memoria Antigone; mi ricordo infine di tutti coloro che nella storia si sono fatti interpreti di grandi visioni, di progetti grandi, di utopie.
C'è un solo modo però per battere l'invidia - mi dico - : continuare a parlare dei propri sogni, quindi volerne fare ancora progetto da portare avanti, da condividere, da proporre, persino come sfida.
Non fermarsi rassegnati di fronte alla mediocrità di chi ti vuol vendere allo straniero, di chi vuol chiuderti dentro una cisterna come Ruben e i fratelli di Giuseppe; non rassegnarsi alle manovre di Gezabele che pur di avere la vigna che desidera è pronta ad assoldare due tipacci corrotti (già allora!) per calunniare il Nabot di turno, il proprietario che non vuole svendere la sua vigna, i sogni suoi, i suoi grandi disegni.
Continuate a parlare dei vostri sogni - incoraggiano costoro - costi quel che costi. La vita non vale più di quello che vi sta a cuore vivere: non accontentatevi della mediocrità della piccineria e dell'invidia. Costoro hanno già ricevuto la loro pena e la loro paga. Volano alla loro altezza.
Sollevatevi invece alti, come gli dei, che non provano nessuna invidia del resto; e che invece soffrono di solitudine, forse, desiderando la vostra preziosa compagnia.