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Le reliquie di Ciappelletto

Pubblicato da enzo cilento su 27 Giugno 2014, 07:26am

Tags: #in vista

Una delle novelle più note e più graffianti del Decamerone (che goduria leggerlo con il commento e l'introduzione del professor Vittore Branca!), è senza meno quella dedicata alla vicenda pirotecnica di ser Ciappelletto.

Per chi non la ricordasse, la novella, la prima, colpisce laddove doleva il dente di tanti contemporanei del Boccaccio, pur armati della miglior "buona fede" di questo mondo: il mercato delle reliquie, dei santuari; e la credulità popolare.

Ciappelletto, per farla breve, è un mistificatore e un imbroglione, un affabulatore ed un gaudente burlone, ma capace in sovrappiù di un'ironia caustica, appunto, al limite del blasfemo, tanto che - trovandosi ospite in terra straniera in limine mortis - non sapendo bene come scroccare una degna sepoltura ed a chi; decide in un empito geniale di farsi confessare e comunicare dai poveri frati di Francia, che ne "verificano" una purezza addirittura infantile, una tale trasparenza di vita da far gridare alla santità.

Come tale, tra lacrime e compunzione, morirà e sarà sepolto, fino a che la credulità popolare ne farà un vero e proprio santo, in grado di far miracoli.

Peccato che le cose non stessero così (ben altra la sua vita: "il peggiore dei peccatori"); e che il nostro si fosse preso gioco di uomini e dei, persino dei prelati oltre che dei semplici, truffando e vendendo l'anima al diavolo.

Un po' santo e un po' Frate Cipolla, che godendosela aveva smerciato persino le penne delle ali "dell'agnolo Gabriello" oltre ad altre amenità di questo tipo, travolgendo ogni cosa e ogni resistenza, in un rutilante gioco di parole, tali da intontire confondere e convincere gli astanti; i due infine di questi espedienti hanno vissuto, entrambi, servendosi oltretutto di un linguaggio allucinante, degno del miglior Gadda e del suo "Pasticciaccio brutto de via Merulana".

La verità, al di là di tutto, è che Boccaccio, intelligenza sublime, era fortemente intenzionato a divertirsi e a divertire - non solo l'allegra brigata - prendendo spunto da questo malvezzo di certi monaci (non solo "vagantes") del tempo e non solo; di certi monasteri che di questo si foraggiavano; e dei relativi santuari.

Era un tempo del resto in cui si trovavano a iosa santi in ogni dove e miracolose tombe relative; legni della croce e chiodi in quantità industriale, usati per crocifiggere il Cristo; per non dire dei sudari, tanti, troppi; delle corone di spine, delle colonne della flagellazione; delle lingue e degli stinchi dei santi; dei cuori e del fegato; di dita in quantità spropositata dell'uno o dell'altro santo, al di là persino del buon gusto (oddio, il santo fatto a pezzi. Perché?).

Su queste cose, fatta salva la fede dei piccoli che merita comunque un suo rispetto, molto si può discutere e persino sorridere, oltre che, a ragione, riflettere.

Mi tornava in mente questa cosa stamattina - sia detto con la dovuta deferenza - mentre pensavo a come, in ambiente giansenista, si sia andato sviluppando il culto del Sacro Cuore, che ricorre oggi.

Ovviamente il cuore, in quanto organo, qui serve solo a visualizzare ad indicare la generosità di chi è pronto a morire per altri; allo stesso modo in cui certo le reliquie stesse sono solo simbolo, frequentemente, di una prerogativa specifica di colui al quale sono appartenute.

Eppure gli eccessi disturbano e non possono non far venire in mente il commercio grande che se n'è fatto nei secoli: troppe figurine plastificate ancor oggi con fili e tessuti appartenuti a questo o quell'altro; troppe reliquie da contatto (si chiamano così); un po' di magia ("basta un tocco e tutto si trasforma... la pillola va giù" - come in Mary Poppins e nelle favole di Andersen).

Ciappelletto (e con lui frate Cipolla) è ancora qui tra noi; e speriamo ci sia anche e sempre un Giovanni Boccaccio che sappia divertirci fustigando e mettere infine un po' di lucida ragione a servizio dell'arte e anche della fede; perché no?

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