Giorni fa, me ne andava bel bello in giro per la città, quand'ho incontrato una mia vecchia amica, psicologa, assolutamente laica ed insospettabile, culturalmente; razionale, lucida, poco "osservante" invero.
Mi chiedeva così - bontà sua - di questo nuovo pontificato che molti, in ambito laico, hanno difficoltà a collocare ed a leggere; e mi faceva intendere oltretutto, senza grandi giri di parole, come non a tutti, "il metodo Bergoglio" appaia del tutto trasparente e non studiato.
Mi esimo assolutamente dal commentare, perché davvero non posseggo gli elementi che servirebbero per poter dire qualcosa in merito.
E' che io sono abituato sempre a concedere il beneficio del dubbio (intendo anche alla spontaneità in questione); che per mestiere sarei propenso a pensar male; ma che poi, da povero cristiano - per quanto un po' diffidente verso le gerarchie, come tutti - sono disposto a credere - contro ogni logica, persino - alla buona fede.
Non è questo il punto.
Quello che mi ha stupito nelle parole della mia interlocutrice occasionale, considerandone l'estrazione e la formazione culturale - è sentirmi dire che "il gesto più grande è quello che ha compiuto Ratzinger, il mio papa preferito".
Ho trasecolato, anche perché Ratzinger, in molti ambienti, non ha goduto di buona stampa né in questo lo ha aiutato un carattere tiepidino e riservato, a tratti teutonico.
V'è di fatto che i gesti parlano più di ogni altra cosa (e quanto ho verificato l'altro ieri, se ve ne fosse ancora bisogno, lo confermerebbe).
Il gran rifiuto (le dimissioni), in questo Paese dove tutti minacciano di farlo, tranne poi rimangiarsi la parola, è stato accolto ovunque per quello che è: come un gesto di grande onestà intellettuale, specie a partire da un ruolo (quello del Pontefice) che nella storia è stato oggetto semmai di scontri e di contese, di scomuniche incrociate e convivenze impossibili, papi e antipapi, santi e uomini di Stato, aristocratici romani e servi del potere imperiale o della corona di Francia.
La novità arrivata in modo più forte - insomma - rimane ancora questa.
E mi è tornata in mente la mia lontana tesi di laurea, i riferimenti caustici a Celestino V da parte di Jacopone ("se sì auro ferro o rame mostrati in questo esame"), per non dire di Dante; per non dire ancora dei misteri di papa Caetani e dei suoi presunti occulti (mica tanto!) inviti a Pier d Morrone a dimettersi dall'incarico al fine di succedergli (Bonifacio VIII), gridando minaccioso nei tubi delle stufe del palazzo pontificio "rinuncia, rinuncia". Magari sarà solo libellistica; chissà...
Il povero Pier da Morrone, uomo pio e tutto d'un pezzo, un "hombre vertical", pensò bene di tornare sui suoi passi e di riprendere a far vita da romita, al punto da guadagnarsi, in barba a Dante e a tutti i suoi detrattori, gli onori degli altari, santo a tutto tondo (e forse martire) la cu festa è celebrata nel calendario romano (al danno, la beffa) il 19 di maggio.
Fondatore dei Celestini (Fratelli dello Spirito Santo) lo schivo Pier da Morrone, sul finire del 1200 se ne andava "di monistero in monistero" anche per sottrarsi allo sguardo ed alla curiosità dei devoti ammiratori che accorrevano a lui, attratti dalla fama della sua santità che, da quanto se ne deduce, non è mai cosa buona se si diffonde prima che uno renda l'anima a Dio: rischia insomma di toglierti la pace che te l'ha fatta raggiungere, la santità.
Di Ratzinger, nessuno in effetti ha mai sottolineato questa comprovata santità di vita, preferendo sottolineare gli incidenti diplomatici in Germania e in Turchia; le durezze di certi suoi documenti da prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede; l'assoluta mancanza di telegenicità; l'amore desueto per stole e abiti agée; per tutto ciò che apparteneva al passato, lefebvriani compresi.
Ha dovuto chiamarsi da parte per farsi apprezzare, anche dagli avversari.
Magari ne traessero ispirazione certi uomini di potere! Benché le lezioni, pur altissime, ben di rado vengono accolte. E il perché è sotto gli occhi di tutti.