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Pioniere

Pubblicato da enzo cilento su 1 Maggio 2014, 07:04am

Tags: #in vista

Nessuno è profeta in patria e l'incredulità lo disinnesca.

E' questa l'amara conclusione del Vangelo di questa mattina.

Il fatto è che parlare di questi tempi di patria stessa è argomento spinoso: come il famoso rizoma del deserto cui si riferisce Gianni Vattimo, siamo un po' sbandati, sballottati da un posto all'altro; e le nostre radici sono davvero uno nessuno e centomila.

Forse più vero che la patria stessa è la terra, il mondo, il continente, il cosmo (chi non ricorda il cosmopolitismo, dei filosofi romani e dell'Illuminismo?).

E allora se la patria nostra è la terra stessa, questo universo di piccoli egoismi messi in atto per sopravvivere; è davvero credibile che agli uomini stessi, in questa patria, non è possibile fare miracoli: che è cosa ben difficile essere profeti, cioè degni di fede ed ascoltati.

C'è un modo più semplice per sopravvivere invece: quello di non voler lasciare segno alcuno. Non recando alcun disturbo e non avendo a cuore null'altro che la propria sopravvivenza, si può assaporare quel gusto un po' dolciastro della quiete, di quella pace inutile e senza orizzonti in cui viviamo.

Dopodiché, se la nostra patria è questa, capita di avere qualcosa in comune con essa: di correre di frequente il rischio di diventare così, di uniformarsi e di accontentarsi; di non voler guarire mai nessuno, neppure se stessi: quindi ancor meno gli altri. "Del resto, chi crede di essere costui?" - è l'obiezione degli altri, di quelli per i quali tu sei della stessa patria.

Sappiamo da dove viene e chi sono i suoi genitori.

In effetti, i nostri genitori sono le nostre patrie spirituali - ci piace pensare - culturali. I miei genitori sono i luoghi i fatti i volti le persone che mi hanno fatto crescere nella consapevolezza della mia diversità, condizione che peraltro, in potenza, riguarda tutti: non ce n'è uno uguale all'altro, in natura.

E' la cultura della stanchezza e dell'abitudine a massificarci, a renderci più che fratelli, cloni e replicanti.

I miei genitori sono tutte le esperienze che mi hanno fatto toccare con mano la mia condizione: limiti e grandezze, orgogli e depressioni, paure e slanci: sono miei genitori coloro che mi rimettono al mondo ogni volta, in un mondo nuovo, rinnovato, che non sia già scontato, dove tutti credono di saper tutto di ogni cosa; e dove la gente è ancora alla ricerca di un modo di essere e di scrivere che non sia solo ripetizione del già visto, del già sentito, del già morto.

In questo mondo qui, però, in quello in cui altri mi attribuiscono una patria, la loro, negandomi la mia; e negandomi alla fine anche la loro, quando vedessero il mio cuore di profeta, in questo mondo non faccio miracoli.

Scuoto polvere dai sandali e dico "io non sono di questo mondo".

Senza sapere bene, ancora oltretutto, se ce ne sia uno a cui appartenga.

Del resto non io a lui, ma lui a me appartiene.

Il mondo, anche dei più piccoli profeti, dei ribelli, è sempre una terra di conquiste, una terra di avventura: è per questo che mi piace quando mi dici ironizzando "pioniere"...

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