Chi fa la verità viene alla luce; agisce in essa, non nelle tenebre; e della luce stessa non ha paura.
Così, quasi come una rivelazione, sentivo leggere questa mattina e, si sa, certe parole ascoltate appena svegli è come se diventassero il leit motiv della giornata, la chiave di lettura attesa, talora; sorprendente, altre. Come certi motivi che senti accendendo la radio, mentre ti radi. Restano là, per quanto tu voglia cancellarli.
Mi chiedo spesso – credo come tanti – in quale misura io faccia la verità, quella assoluta e quella su di me; se agisco quindi seguendo questa luce, senza sotterfugi e senza infingimenti.
Vivo in questa luce, in questa onestà, per così dire del cuore?
Mi volgo indietro, per guardare.
Ci sono state tenebre, certo; ed è accaduto ogniqualvolta abbia negato di essere ciò che sono: un uomo che si cerca, in una mezza penombra, così come in una mezza luce.
Ma del resto non è questa la condizione di ogni uomo? Non siamo per metà cuore e sentimento; per l’altra ragione e raziocinio; per un po’ spirito che si eleva e per altro corpo che fa lo sforzo di trascendersi un po’, salvo trovarsi tutto immerso nei suoi impulsi, tra i quali è lo stesso desiderio di trascendersi e di superarsi?
Eppure non è quella voglia di trascendersi del tutto vera se si prescinde da quel che siamo: un corpo che non si rassegna ad essere solo questo: non solo impulso.
Mi inquieta sempre; e mi colpisce questa natura per così dire platonizzante che ci fa sentire un po’ e un po’, come se le due parti fossero scisse e incompatibili, in una guerra ininterrotta.
Così come tutta la tradizione cristiana del resto quando si incaponisce in questa terribile schizofrenica chiave di lettura.
Leggo l’Apocalisse di Giovanni in questi giorni ed ecco che a quelli di Tiatira e a quelli di Efeso si raccomanda: niente corpo, niente crapule, niente fornicazioni, motivo – l’ultimo – su cui torna con accanimento.
Perché del corpo si è fatto un idolo al contrario; e della sua natura protesa all’altro un diavolo che ci tormenta e ci distrugge, ci distrae.
Ci distare - è vero - non essere solo angeli e solo eterea materia senza desideri; così come ci inganna volerlo dimenticare.
Noi siamo tutto ciò, invece.
Mi continuerò sempre a chiedere quali siano le radici di questa condanna, di questo primato “sessuofobico” che sta dietro la letteratura del peccato. Lo faccio come tanti.
E scopro mille ragioni perché così dovesse avvenire. La donna d’altri e la roba d’altri: desiderarli mette a soqquadro la pace sociale. Per il desiderio si uccide e si inganna.
Per la salute pubblica e a difesa dalla malattia; e da quella legata alla promiscuità. Perché l’intimità è tale se è riservata a uno, a pochi, a nessuno. Perché un uomo preso dalla frenesia, ne è preso.
E se invece sentirla come un atto naturale, da vivere in semplicità, conferisse quell’equilibrio, quell’unità che noi si va cercando?
Me ne vado questa mattina riguardando se vivo in una tenebra che mi consuma; se ho fatto luce sulla mia natura. E non scopro nulla.
Scopro semmai di averci sempre provato: a non mentire, a non mentirmi.
E gioisco al pensiero di averti cercato con onestà; alle parole di un collega che mi dice all’improvviso “tu sei un uomo sincero”.
Quindi in piena luce.
Eccole le opere della verità che alla fine sono evidenti per tutti. Tranne che per me, che non sempre mi vedo con chiarezza allo specchio.