Siamo ammalati di afasia: è come se ormai fossimo incapaci di emettere parole che si comunichino o che rivelino un concetto, un sentimento stabile.
E' strano tutto ciò - commentava lo scrittore americano John Updike - Questo accade oltretutto proprio in un mondo che della comunicazione ha fatto un bel totem; in cui il profluvio di parole e di notizie non verificate confluisce sul web, ora che dare le notizie non è più neppure un mestiere, ma solo un impulso insopprimibile.
Ricordo i miei esordi da giornalista: mi si suggeriva "sei fatto per questo mestiere nella misura in cui sei interessato a ciò che ti accade intorno: nella misura in cui hai voglia di riferirlo".
Come se si trattasse appunto di un irrefrenabile bisogno di fare del voyeurismo, più o meno: di riferire quel che hai saputo per vie non ufficiali, di quanto viene sussurrato.
E' il valore esistenziale invece che fa il narratore: perché mi racconti quel che mi racconti?
Che cosa c'è da considerare in merito?
Ecco, venuto meno il senso di ciò che si narra, si narra e basta, come per una sorta di incontinenza da indiscrezione: mormorare e sussurrare.
Comunicare significar per verba non si poria - potremmo dire oggi, oggi che le parole (verba) sono poco più che emissioni di voce e che in fondo non si comunica alcunché.
Il risultato è che parliamo di tutto, senza che nulla resti e che ci aiuti a capire qualcosa di più.
Ci diciamo che tutto è uguale a tutto. Non c'è più niente da capire perché dopotutto tutto ciò che è si sottrae a qualsiasi tentativo di comprensione: semplicemente perché ciò che è potrebbe non essere e, se anche non fosse, non cambierebbe nulla.
L'avverti chiaramente, se sei onesto, questa incapacità culturale ormai di dirci qualcosa: non solo teatro dell'assurdo, ma esistenza come assurdo, come se camminassimo a tentoni, senza neppure il conforto della solidarietà e del sostegno di fronte a questa valle del non-giudizio.
Alle domande legittime si sostituisce il parlato inevitabile che è poco più di un ronzio fastidioso, di un silenzio opprimente.
Di cosa stiamo parlando quando ci parliamo?
E chi sei tu che interloquisci con me?
Dopotutto, nemmeno questo ci interessa sapere: io parlo a me stesso come se stessi davanti allo specchio; mi libero di questa voce come se mi liberassi le viscere di ciò che neppure è stato digerito.
Liberati dell'inservibile, non sappiamo neppure cosa resti. Di noi e delle nostre parole.
Rientrando in casa la tv parla, da sola, e talora mia madre con lei; la radio che parla e canta; parlano i cellulari ovunque; parla il centro commerciale e lo studio del dentista, il supermercato; parla persino la metropolitana. Credono di farci compagnia.
Non fanno che disturbare: questa voglia di comunicare con un gesto silenziosamente. Magari solo premendo un pulsante per spegnere tutto: sperando che così si accenda una luce: dentro di noi.