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A lungo separati

Pubblicato da enzo cilento su 3 Maggio 2014, 08:41am

Tags: #in vista

Stare tanto tempo con quel povero Cristo (anche in metafora, anche nei nostri incontri quotidiani, con altri cristi coraggiosi insomma); e avere la sensazione che quell'uomo è un Dio, ne è un degnissimo figlio, unico.

Capita - se ti guardi attorno - non di rado questa sensazione che riprendo dal capitolo XIV di Giovanni, dal discorso tenuto, all'apostolo Filippo, dal suo maestro, il suo Rabbì.

Gli dice infatti "sei stato così a lungo con me; e non hai capito che, chi ha visto me, ha visto il Padre?"

Quale Padre dunque vediamo?

Non tanto quello delle Leggi inderogabili e di un Decalogo che non tramonta neanche di uno iota; piuttosto uno che si fa ammazzare, uno che si impietosisce e piange, lacrime di uomo; un uomo bello e biondo, forse, di gentile aspetto che l'un dei cigli avea diviso; uno che non ha dove posar la testa; che non ha una tana; uno che non ha patria e che viene scacciato dalla sua, un profugo, un reietto un incompreso un disgraziato, uno che attraversa il mondo, a piedi; che si apparta e sale su di un monte, solo; che brilla a quel punto come le vesti bianche al sole; come la faccia di Mosè uscito dalla tenda; un uomo che ti mette sottosopra non ti avvilisce e non ti anestetizza, cosa che invece ci renderebbe molto più sicuri; che rende tutti più sicuri, agnelli e maialini lucidi e rosa del gregge di Epicuro.

Cristo non dà pace pur non facendo espressamente guerra.

Lo abbiamo visto e non abbiamo voluto capire che è questo che un Padre desidera per i figli, un uomo per quelli che ama: che brucino il terreno dove passano, come meteoriti lanciate sulla terra; come stelle comete che bruciano la sfera del cielo: non pidocchi paurosi non irenisti sciocchi ed imbelli; che solo di uno così ci si può innamorare perdutamente.

Di chi si è innamorato dunque Filippo dopo essere stato al seguito di quell'altro incendiario del Battista?

Di chi, noi che del povero Gesù di Nazareth abbiamo fatto una patetica figura lacrimosa, pastore ben vestito e pettinato, che va in giro a mettersi sulle ginocchia gli agnellini?

Le gambe di lui sono possenti e muscolose; sono turgide e nodose; hanno fatto chilometri; hanno sollevato, come le braccia, travi e legname: egli è un falegname, non ricama iniziali sul sudario che lo avvolgerà quando lo metteranno a morte.

Di chi vi siete invaghiti dunque e chi cercate? - come chiede l'angelo alla fine.

Se state cercando un putto esangue, un damerino, avete visto male. Questi viene a bruciarlo, il mondo, con i suoi pregiudizi svenevoli, col ritualismo formale e con gli incensi, con le vesti e le sottane, con gli alabastri e i marmi gli stucchi, i gingilli e le collanine di vetro a forma di rosari.

Possibile che non abbiamo capito che il re del mondo pur non facendo boxe è uno che lotta in nome del Padre, di sé stesso e di uno spirito santo, quello che fa degli uomini dei soggetti pieni di dignità come gli eredi, i delfini del Re?

La verità è che forse non siamo mai stati con Lui, ma solo con quello che di lui avevamo immaginato, addomesticandolo; che non l'abbiamo mai conosciuto.

E che se chiedessimo - come egli dice - in nome suo - darebbe; darebbe, a piene mani, come solo i Re di un Regno possono fare.

Purché non siano cose inferiori alla nostra dignità e alla nostra libertà: non posizioni tranquille né sistemazioni per la vita, insomma.

Lui stesso del resto, una tana come la volpe; e un nido, come gli uccelli, non li ha.

A Lui piace camminare: per lasciare un segno!

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