La fede delle donne. Benché si possa cadere facilmente nel sentimentalismo, essa è una costante. La fede che vice spesso la guerra e la morte, la disperazione.
Le donne che hanno fede durante i conflitti; che ne hanno quando sono madri e sorelle, spose; che storicamente sono quelle che sanno aspettare. E questo è un segno di fiducia, direi...
Possono scendere in piazza, come nella Plaza de Mayo, quando l'attesa è divenuta insopportabile, ma sempre nella speranza che la propria resistenza conduca ad una verità consolante, giusta e veritiera. Che si sappia, in nome della verità e della giustizia, della pietà, anche quanto di disumano è accaduto ai propri figli, ai propri uomini; oggi potremmo dire anche alle loro donne.
Mentre i sacerdoti degli Atti si accanivano nel chiedere da burocrati onnipotenti con quale autorità Cristo e i suoi apostoli guarissero uno storpio, "come osano?", che è poi la domanda di sempre dell'ottuso e dell'accecato dal proprio mandato esclusivo; le donne sono sempre vicine a quelli che i miracoli li fanno, li promettono; a quelli che promettono la guarigione e la pace. Avviene con Cristo; avviene con i suoi discepoli.
E se Pietro ne ricorda i costumi morigerati e l'accantonamento della vanità - in questo peccando direi di un po' di moralismo maschilista - le donne non hanno bisogno di farsi pregare per compiere scelte radicali, a loro volta: per prendersi sulle spalle il mondo intero, con la loro resistenza e la loro testimonianza.
Le donne vanno negli ospedali da campo - come direbbe Bergoglio - da sempre: non solo per la Croce Rossa.
Vanno a cantare per le truppe mandate al massacro, come anche le attrici di Hollywood seppero fare. E sanno infine raccogliere il sangue dei martiri, come Pudenziana e Prassede a Roma; martiri esse stesse, come per Cecilia e Agnese, Agata e Lucia.
Vero è che la loro faccia peggiore è quella che invece scimmiotta l'uomo e la sua arroganza: le donne del potere, di frequente; le donne della finanza, talora; le donne delle polizie segrete, della Gestapo e delle SS; le donne dei lager; le donne che dimenticano la pietà.
Non di loro però volevo parlare oggi ma della storia esemplare delle antiche matrone legate al santo Girolamo, che mi capitava di leggere giorni fa, trovandola incantevole.
I loro nomi sono quelli di Marcella e di Proba, di Paola e Lea: sono le matrone romane che furono avvinte dalla predicazione del santo e da quell'orizzonte integrale che sembrò loro di poter abbracciare per essere felici, perfette, ammesso che la perfezione produca la felicità.
Siamo nell'ultimo quarto del IV secolo dopo Cristo, dopotutto.
E di questo ascendente che Girolamo ebbe su di loro si insinuò tutto il male possibile: la storia si somiglia tutta!
Il fatto è che - come per l'avvenimento della resurrezione di Cristo - anche queste donne si mostrarono le più affidabili e sensibili alla predicazione della religione che sconvolgeva peraltro i canoni dell'etica imperiale, pur non potendosi affermare con questo che il cristianesimo - specie quello delle origini - fosse "una cosa per donnicciole". Era una cosa da coraggiosi invece.
E Lea e Proba, Paola e Lea donnicciole non lo furono mai, difatti.
Quando Girolamo decise infatti di ritirarsi nei pressi di Betlemme, Lea ad esempio, rimasta vedova giovanissima, invece di sposare Vezio Agorio Pretestato, console designato a prefetto dell'Urbe, decise di "mutare le vesti delicate di un tempo nel ruvido sacco che logorò le sue membra, passando inoltre in preghiera intere notti, maestra di perfezione alle altre più con l'esempio che con le parole. Fu di una umiltà così profonda e così sincera che, dopo essere stata una grande dama, con molta servitù ai suoi ordini , si considerò poi come una serva. Spregevole la sua veste, grossolano il cibo, trascurava l'acconciatura del suo corpo; mentre poi adempiva ad ogni dovere, rifuggiva dal fare anche la minima ostentazione delle opere buone per non riceverne la ricompensa in questa vita" - racconta Girolamo.
Questo "fenomeno di pazzia" o meglio questa scelta di vita scomoda che le fece preferire "il segreto ambito ristretto di una cella" agli agi della lussuosa dimora, che avrebbe potuto godere come futura prima donna di Roma, le ha regalato la santità - conclude infine l'autore della Vulgata in una epistola.
C'è il sapore del florilegio, certo, in tutto questo, e del panegirico; magari il segno dell'amicizia che li legò; ma dentro c'è anche tutta la radicalità di cui certe donne sanno essere capaci. E di questo va dato loro atto.