Raccomando la lettura - disponibile peraltro anche sul web - dell'intervista realizzata sul quotidiano cattolico, Avvenire, al filosofo, epistemologo, Evandro Agazzi.
Il vivace ottuagenario, cattolico, interpellato sullo stato della filosofia in Italia e negli atenei italiani e pontifici, non usa giri di parole: se si tratta di difendere posizioni acquisite e di retroguardia, scuole di filosofia consolidate e monolitiche, ingrigite, ideologie insomma, la filosofia cattolica, scolastica e neo-scolastica, è destinata a naufragare verso un rapido declino, come ad esempio è accaduto al marxismo e a certo positivismo ottimista ed acritico.
Si tratta, nello specifico, - ricorda il professore - di continuare ad essere capaci di farsi interpellare dalla modernità, dalle domande, dai dubbi amletici della cultura moderna: la filosofia o si lascia interrogare da quanto la circonda e dal tessuto culturale in cui respira, oppure non respira affatto: è morta.
Anche quella cattolica e militante.
Il discorso del professore, lucidissimo, andrebbe mandato in stereofonia anche nelle università pontificie (papa Francesco ha detto qualcosa di molto simile giorni fa) e andrebbe posto come condizione essenziale per un ripensamento di tutto il programma di studi e di formazione delle Facoltà filosofiche e teologiche, che rischiano di contro di affondare nell'autoreferenzialità.
Un prelato con cui mi confrontavo sul tema in questi giorni, peraltro convenendo con questa istanza, si chiedeva provocatoriamente quanti avrebbero inteso la posizione e l'appello del professor Agazzi: in pochissimi.
Si preferisce la stanchezza dell'abitudinario. Che è poi il contrario di ogni riflessione umanistica e cristiana.
Sono i grandi temi dell'attualità, la stessa antropologia rinnovata e rivoluzionata dei nostri giorni: dalla famiglia alla paternità/maternità; alla fecondazione assistita; dal primato della natura a quello della cultura; gli argomenti su cui una riflessione filosofica - anche cristiana - deve misurarsi, senza parlare solo a se stessa, secondo categorie desuete e note, sensibili solo per stanchi addetti ai lavori.
Qui o si fa cultura o si la fine di Prassede e del suo illustre consorte di manzoniana memoria.
Ed è quello che nessuno può permettersi.
Dunque di cosa stiamo parlando?
Al professore Agazzi, arzillo e lucido censore di questo vizio di forma (e di sostanza) della nostra vita accademica, non può che andare il nostro ringraziamento. Sono questi i giovani di cui abbiamo bisogno: di quelli che fanno carriera e si impomatano e si azzimano inamidandosi la tonaca e il colletto non sappiamo davvero cosa farcene.
Soprattutto non sanno cosa farsene gli uomini che cercano risposte a domande esistenziali grandissime eppure quotidiane.
A loro dedichiamo la nostra voglia di lottare: ovviamente a fianco a tutti gli Agazzi di questo mondo, cattolico e non...