A ben vedere - anche nel Vangelo di Giovanni riportato quest'oggi ("nessuno ha mai parlato come lui" - dicono le guardie) - nella storia del cristianesimo (e neppure solo di questo, credo), rimane in piedi l'eterna questione tra la necessità dell'approfondimento e dello studio al fine dell'ottenimento di una fede consapevole; e la pur invocata semplicità, la dimensione del piccolo, del non sapiente cui è riservato il regno dei cieli.
Tanto che infatti in quel contesto, a Nicodemo che invita a non giudicare prima di ascoltare, i farisei intimano appunto "studia!"; proprio perché quello studio porterebbe ad escludere che il Messia possa venire dalla Galilea.
Fuor di metafora - anche personalmente - mi son trovato più volte esposto tra i sostenitori delle ragioni del cuore (che però rischiano talora di diventare sentimentalismo e anche fideismo cieco) e le ragioni dell'intelligenza e della conoscenza, che però non bastano mai a se stesse: ed anche questo non va taciuto.
E' la solita storia "dell'esser piccoli" che andrebbe puntualizzata: in fondo, uno studio che nasca dalla consapevolezza del proprio limite, che non insuperbisca oltremodo; che non trovi ragione nella pura vanità dell'erudizione; è lo studio del piccolo che non ha nulla da invidiare dunque a nessuna umiltà: vuol sapere solo chi sa di non sapere - per rispolverare certe intuizioni socratiche.
La nostra scienza è pur sempre scienza umana, con tutti i suoi limiti, quindi; ed essa non sostituisce in pieno la grazia; benché sia senza meno una grazia sentire l'interesse per l'approfondimento e l'istruzione; e anche questo non va taciuto.
La nostra familiarità con Cristo e con le Scritture, ad esempio, è sempre in fieri.
Volgere a Lui lo sguardo è un voler imparare sempre: la pazienza, la generosità; la libertà intellettuale; la franchezza e la sincerità; la capacità di commuoversi e di entrare in empatia con l'altro; il coraggio, il distacco dai beni; il piacere dell'annuncio; la capacità di farsi guida e pastore, leader e compagno di strada.
Questa familiarità con lui e con ciò che lo precede non è solo frutto di intuizione: è frutto di meditazione, di frequentazione, di studio; fidandoci di chi ha meditato, scavato e scritto, rappresentato prima di noi; di chi lo fa con gli strumenti delle scienze antiche e moderne, la psicologia e la storiografia, la conoscenza delle lingue semitiche e di quelle classiche.
L'amore del resto si accresce con la conoscenza e la conoscenza si accresce con l'amore, come ben si vede.
Mi guardavo ieri pomeriggio rapito la tela del Cristo deposto con tre figure veglianti, Maria Giovanni e la Maddalena, del Mantegna: un capolavoro tra i miei preferiti nella rappresentazione del dramma della morte di Cristo.
Non era forse una lezione quella?
Il Cristo è ormai un pezzo di marmo, il rigor mortis è evidente; il suo corpo è statuario ma è pur sempre il corpo raggelato nella privazione di vita.
Eccolo, il più bello tra i figli dell'uomo, con una strana smorfia di dolore sul viso; ecco il centro del diaframma e dell'addome a riempire il centro stesso della tela: non c'è respiro, l'addome è scavato e vuoto, senz'aria nei polmoni; il quadro vede in primo piano, coperta da un panno, la zona genitale del Cristo: perché il Cristo morto genera un uomo nuovo; una nuova speranza; la morte genera sempre; e morire alla propria pretesa di non aver bisogno di nulla per credere, genera una fede più matura, strumenti per parlare più a fondo di quanto si vive; genera quella predisposizione alla cultura cristiana, mai tronfia, mai autosufficiente, di cui abbiamo tanto bisogno, checché se ne pensi, eruditi o integralisti di una fraintesa docta ignorantia.