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Dalla parte di Marta

Pubblicato da enzo cilento su 6 Aprile 2014, 09:37am

Tags: #attuale

Di Marta e di Maria possediamo qualche carattere distintivo colto attraverso i testi sacri. Una è attiva e tutta presa dal suo ruolo di padrona di casa, concreta anche nel dire "il tuo amico è morto. Se tu invece fossi stato qui..."; parole che oltretutto sembrano mettere una pietra tombale su di una storia, la fine di Lazzaro, che sì, un giorno risorgerà, ma insomma ormai è dentro il suo sepolcro, abbandonato dal suo amico, e manda già cattivo odore.

L'altra è invece quella che anodinamente, invece, si è sempre scelta la parte migliore: ascoltare.

Noi stiamo dalla parte di Marta, è inutile star qui a barare.

Marta è una donna reale, per quel che se ne deduce, un personaggio in carne ed ossa, a tutto tondo. E' inutile dire: "se tu fossi presente, quando noi ci ammaliamo, forse questo non accadrebbe e il rischio di morire, sarebbe molto più contenuto".

Vero che le amicizie ed i rapporti di dipendenza ("se non ci fossi tu, morirei") non ci fanno crescere. Vero pure, però che ci sono rapporti preferenziali (e non solo con le persone) che ci aiutano a mantenerci in piedi: se questi ci vengono impediti e vietati, ci ammaliamo.

L'esperienza della caduta ad ogni modo e della morte, dell'errore, spesso chiama in ballo del resto il nostro rapporto con colui al quale ci raccomandiamo: "dove sei mentre sto per cadere?"

Ed è quello che sempre ci chiediamo.

Che poi questa morte sia solo apparente e possa aiutarci a ricostruire una vita ed una esperienza di fede più matura è molto meno matematico di quanto vorremmo che fosse: talvolta la morte non è solo apparente: diventa una condizione ed un baratro senza luce.

Di Lazzaro, a tal proposito non sappiamo nulla. Si leva con le sue bende e il suo sudario; la sua amicizia fa commuovere Gesù fino alle lacrime, perché questi lo amava; ma non sappiamo invero le ragioni del suo amore, che comunque dovrebbero essere state sufficienti a farlo piangere.

Il passo successivo che ci vien chiesto di consueto è quello di credere che i contorni di questo amore siano gli stessi che riguardano noi: saremmo amati allo stesso modo e quindi resuscitati, come Lazzaro.

Il che infine ci potrebbe far dedurre che neppure Lazzaro fosse un amico perfetto - come noi - e che in fondo, come sempre, non è la nostra perfezione, a farci meritare l'amore degli altri: si trattasse anche di Gesù Cristo in persona.

Una lezione un po' sentimentale della nostra tradizione ci fa immaginare le lacrime di Cristo per noi, di fronte alle nostre cadute ed ai nostri errori.

Da quanto descritto sopra, questa idea non sarebbe peregrina, anche se temo che il suo pianto - considerato il male del mondo, le sue cadute - dovrebbe essere irrefrenabile e perenne. Ma può un Dio piangere di continuo per un uomo che egli stesso ha voluto così fragile, così esposto alla morte?

Questo pianto non tirerebbe in ballo il valore stesso della sua creazione: non era tutto molto buono?

E se non lo fosse, quale sarebbe allora la colpa di chi è così fragile se non quella di essere stato fatto a questo modo? E la responsabilità di chi se non di chi ne ha consentito questa estrema mortalità? Dio piange sul suo limite? E che Dio sarebbe dunque questo?

A queste e ad altre domande non bisogna aver paura di esporsi, anche di fronte alla nostra fede e a passi come quello a cui ci stiamo richiamando.

Perché se il dubbio ci assale e persino una sorta di risentimento, a cosa lo dovremmo se non a quella natura che ci è toccata in dono?

Lazzaro, prima di morire avrà dubitato e si sarà interrogato allo stesso modo, mentre l'amico in cui aveva confidato sembrava (era!) lontanissimo.

Noi, contro ogni logica, vogliamo credere -con fatica - che Cristo lo abbia amato per tutte queste sue domande: perché non aveva mai cessato di provare a capire.

E noi con lui...

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