Leggevo ieri il vecchio Ariosto - anche lui una piccola casa, umile ma adatta a noi, per noi poveri letterati considerati poco più che nulla dal mondo della tecnica all'impazzata ed anche dagli accademici delle filosofie e le teologie che mi capita di vedere in questi mesi - insomma con pochissimi alleati, se non i matti i poeti e infine gli artisti e quelli che l'arte l'amano o l'insegnano, sempre meno in questo Paese, come deduco dalle ultime riforme scolastiche.
Leggevo Ariosto dunque e di quel viaggio di Astolfo - splendidi ipnotici incantati versi - sulla luna, in quella valle dove in tante belle ampolline è conservato il senno degli uomini. Chi dietro la gloria, chi dietro le ricchezze, chi dietro un amorazzo e chi l'astrologia e le pozioni: gli uomini son matti, così il mondo ed io ben vengo da lui, per parafrasare il poeta Dante.
Non sono folli questi uomini dunque che credono di poter dominare la vita propria ed altrui; di poterla protrarre in eterno e che da questa parvenza di eternità pensano di trarre una qualche salvezza?
Non sono pazzi questi uomini che parlano di tutto come se di tutto avessero contezza aritmetica, persino di Dio?
Non sono folli questi uomini dunque?
Certo che lo sono.
Ed Astolfo trova lì sulla luna il cervelletto di personaggi che mai avresti pensato di trovarvi: il più saggio è il più grande dei folli, filosofo e uomo di potere, cardinale e principe, cavaliere e mercante. Non illudiamoci del resto: se il nostro non è stato ritrovato è solo perché non si era ancora nati, al tempo; o perché di molti, il cervello è svaporato, ormai.
A tutti i maestri di sapienza umana e di saggezza non resta che uno sberleffo e ed una sonora pernacchia.
Sembra di rivederlo il carrozzone del circo felliniano; la giostra di Ariosto; la beffarda messa in scena del teatro secentesco e non solo; i cavallini delle giostrine di periferia: girano e girano, come direbbe Rimbaud, "cento volte, mille volte, al suono dell'oboe, senza speranza di mangiare".
Sono idoli - come dice il salmo - per cui, hanno bocca e non parlano; occhi e non vedono. Ché anzi ci sarebbe da chiedersi perché nella realtà continuino a formulare espressioni parole e suoni, verbose conferenze.
E se non sarebbe meglio invece, una volta tanto tacere.
Meglio la giostra insomma con i suoi cavallini di cartapesta; meglio il volto stupito della Masina e del suo maestro Zampanò.
Meglio la vecchia messinscena del circo: sappiamo bene che vanno in giro perché non sanno stare e fermi: e già questa è una gran saggezza!