Pensavo stamani al Grande Fratello (mai visto peraltro in tv) e a tutte le trasmissioni che vanno sotto la sigla di reality show; e pensavo che è ben strano che nessuno ancora abbia pensato di ambientarne uno in una comunità religiosa.
Del resto ci hanno provato sulle isole dei famosi e degli sfigati, in fattoria, negli spogliatoi di una compagine di calcio, in una casa di artisti e così via.
A nessuno che sia venuta in mente invece l'idea balzana che questa mattina mi è saltata in mente.
E dire invero che di cose da riprendere; di stanze per la confessione via tv ce ne sarebbero. Molti sensi di colpa, molte fazioni, azioni cattive ed altre eroiche e normali; studi e ansie di ogni tipo; carrierismo e santità: uno spaccato meraviglioso del nostro creato.
Il nome stesso è quanto mai simbolico: grandi fratelli sono quelli che vivono in comunità, almeno in parte, almeno nelle intenzioni; grande è lo Spirito che aleggia sul caseggiato degli aspiranti e l'ideale che muove tanti; grande fratello nostro è il Cristo che dovrebbe essere il modello dei nostri concorrenti; grande fratello chi guida e inquisisce, chi giudica e guarda quel che accade, custodi, prefetti, animatori ed educatori.
Ne ho esperienza: potrei parlarne; ne ho facoltà.
Come per qualsiasi espressione umana, la comunità è la concentrazione ed il coacervo di tutto, persino di simpatie ed antipatie viscerali, senza voler scadere nella pruriginosità;
è il luogo della mormorazione e del pettegolezzo, come ricordava papa Bergoglio giorni fa; il luogo anche della solidarietà talora; e delle grandi generosità.
Ecco una location televisiva - mi son detto - che ancora non è stata sperimentata.
In questi anni ho incontrato fraticelli tutti d'un pezzo in questi contesti, povertà ed obbedienza, umiltà e vangelo integrale. Ne ricordo uno in particolare che si privava di tutto e che alla fine era divenuto emaciato e stanco come un vecchierello, mosso chissà da quale ansia di penitenza, da un rimorso, da una macerante voglia di santità.
Altri presi dal loro ministero come dei piccoli manager, "prima di tutto i numeri"; quello tutto preso dal gregoriano o dall'orto, dal vino e dal frantoio; uno schiamazzante nei corridoi con i ragazzi del collegio; tanti in formazione, complici e camerateschi come si può essere solo da adolescenti; altri cerberi infine ed inflessibili; molti infine impenetrabili e assolutamente enigmatici, i più pericolosi, sempre ad un passo dalla reticenza e dal complotto.
Ma certo non solo di questo è fatto questo mondo: ne sono ben convinto.
Quando mi vedo in questo contesto mi chiedo anch'io a quale tipologia possa personalmente appartenere: a quelli che si chiudono in camera con le proprie cose, certo; che leggono e fanno vita un po' appartata; che sembrano un po' dei soloni e dei grandi penitenti; a quelli politicizzati ed ipercritici; a quelli infine a cui si può dire un segreto perché silenziosi; a quelli di cui fidarti e a cui raccontare quello che non va; quelli che combattono l'ingiustizia con vigore; quelli che insomma sono quello che appaiono; ribelli e onesti, spesso d'ostacolo a chi non parla chiaro, a chi trama e a chi tradisce.
Se fosse così, vincerei il titolo del grande Fratello, in televisione; andrei in finale.
All'interno invece la vita per costoro è dura forse perché fanno paura.
Ed è il mio orgoglio dopotutto... E' proprio questa la nostra vittoria.