"Il soldato aprì il costato: dischiuse il tempio sacro, dove ho scoperto un tesoro e dove ho la gioia di trovare splendide ricchezze" - commenta Giovanni Crisostomo.
Chi apre quella porta e quella intimità con Cristo, con una Verità che si va cercando con forza e con disperazione talora; chi fa questo, entra in un luogo sconosciuto e meraviglioso - è vero - specie se quel luogo è del tutto diverso e nuovo rispetto a quanto ha veduto in giro; da quanto gli hanno fatto credere.
Chi vi entra, entra in una dimensione che non è mai uguale a se stessa; che non è avvilente per l'uomo; che lo esalta e insieme lo forgia; è il tempio dell'uomo nuovo e intero, completo, in cui nulla di umano - e forse di divino - è precluso: vi è tutto.
E' questo che vorremmo vedere e che vorremmo che ci fosse indicato.
C'è un tesoro là dentro, dove si tuffa dunque il tuo cuore: e quel tesoro lo vuoi godere, vuoi viverlo: non per orizzonti mediocri, ma per una grandezza particolare, che è pur sempre grandezza: è ricchezza incommensurabile, la "splendida ricchezza" di cui dice il santo dalla bocca d'oro, il Crisostomo.
Qual è dunque questa ricchezze e questa bellezza?
Una vita da viandante e da pellegrino; un andare in cerca e un mettersi là per farsi trovare; un dedicarsi all'umanità che c'è in noi, a quella impronta che ci è stata impressa dentro; una capacità di amare l'esistenza, la propria e quindi quella altrui, rispettandola. C'è la sobrietà, il non mancare di nulla; il non avere vincoli né tane dove posare il capo; il non partire con dieci borse e bisacce; il sapersi liberare di tutto ciò che ci fa di peso e da zavorra, l'egoismo e il senso del possesso.
C'è un egoismo invece sano ed una zavorra sana anch'essa per così dire che questo fianco squarciato ci mostra: siamo chiamati alla pace interiore per poterla dare ad altri; ad un sano rispetto di noi stessi, base per rispettare chiunque altro; c'è la zavorra per così dire della nostra personalità e della nostra storia di cui non sarebbe giusto liberarci: siamo la nostra storia, benché proiettata verso storie nuove che vanno facendosi.
E' come entrare nei templi di Petra e nelle Chiese incastonate nella roccia e scoprirvi lampade accese; è scoprire che dietro la scorza e la durezza del rigor mortis di un uomo, è la vita che chiede di esplodere: sono le gabbie e le rigidità a cui ci esponiamo e sottoponiamo a farci morire: rimosse le sbarre, il tempio si apre e si illumina, dentro c'è la vita.
C'è un Cristo che vive in ogni uomo che sceglie di vivere in pienezza la propria dimensione.
Ed è questo che vien fuori, emerge da quel costato aperto: la vita che ciascuno di noi ha il diritto e il dovere di vivere, così come Cristo visse la sua vocazione di nomade e di pellegrino, di liberatore. Venne alla luce la luce del suo tempio.
A noi, una volta entrati in questa dimensione, vien chiesto di fare lo stesso, lampada e città luminosa posta su di un monte. E' questo il tempio che siamo chiamati ad essere: senza paura e senza infingimenti, senza retorica e senza convenzionalismi formali.
Siamo entrati in un posto indimenticabile: via da ogni mediocrità.