Pubblicano o fariseo? Mettiti allo specchio e cerca di dirti la verità.
A ben vedere c'è una buona percentuale dell'uno e dell'altro in me; anche in te, dopotutto.
Quando mi sembra di aver trovato la quadratura del cerchio e la perfetta combinazione: mi alzo e prego, faccio un po' di moto e poi un passo dopo l'altro, un programma perfetto che merita da sé la salvezza e la dannazione, finisco per scivolare nello stato del fariseo contento di sé.
L'uomo insoddisfatto, scontroso e sgarbato, quello che vuole starsene solo per i fatti suoi e che di nulla e di nessuno si sente contento, è invece pronto a tornare, pugni sul petto, a quel Dio a cui neanche riesce a rivolgere lo sguardo: "guarda un po' che omino che sono".
E' in questo alternarsi di stati d'animo e di condizioni che si consuma un po' tutta la nostra vita di credenti, nella migliore delle ipotesi; pronti a salire sul pulpito e a giudicare, "meno male che non sono come gli altri"; e poi a caderne rovinosamente giù, perché alla lunga nessuno può nascondere a se stesso la propria inadeguatezza.
E, ad ogni modo, fin quando il pubblicano riesce ancora a far breccia nel fariseo, potremmo dire che la possibilità di diventare un po' più umani è in vita. E' quando la scorza diventa inattaccabile - come il cuore del popolo ebreo a Meriba, indurito - che la speranza di crescere rischia di spegnersi.
Non ho mai pensato a queste pagine come al pulpito del fariseo, io che so bene di non essere molto più puro di un pubblicano, la cui purezza del resto consiste nella sua onestà.
Non è essere perfetti che ci garantisce nulla; lo è invece la nostra realistica considerazione del nostro limite. Ogni volta che un nostro limite si fa avanti, non possiamo considerarlo credo che una vera e propria benedizione: il Golden boy non abita più in noi.
A questo punto della mia vita, dopo averne scoperti centinaia di lati oscuri di me, posso dirmi certo che il personaggio che mi ero costruito non ero io: né studente modello, né eterno sportivo; non sono lo studioso tutto d'un pezzo, dalla tenacia indistruttibile; non sono sordo a nessuno degli allettamenti del vivere; mi piace essere considerato dagli altri quel che sono; mi piacciono gli elogi e così andando.
Non ne ho neppure paura.
Se a questo Dio posso chiedere qualcosa è di tener conto di quel che sono, pregi e difetti, tanti, sia gli uni che gli altri. Mi ami lo stesso?