Tornare in treno a Roma e attraversare questa campagna primaverile tra Lazio e Campania, una festa di bacche e di gemme, di verde nuovo.
E sperare che la novità delle stagioni tocchi anche te.
Così, tra uno sbuffo di pollini e una natura rinata, sento che si può rendere grazie anche quest'anno al Signore del mondo, al Dio dell'Universo che tutto ci restituisce ancora, bello come le vesti dell'imperatore, il calice e la corolla dei fiori, gli uccelli del cielo che sono un nuovo volo e nuovi orizzonti, chissà.
E' una primavera in anticipo che fa sbracciare uomini e donne, che fa sudare all'improvviso, che riempie le siepi e le aiole; ché intanto in città lo sciamare dei turisti è senza posa, mentre tra un giorno in migliaia sui Fori Imperiali correranno quarantadue chilometri di corsa tra i templi e i sanpietrini, sul selciato e sotto le volte, le facciate barocche, corse come le nostre che proviamo ad essere noi stessi e un po' migliori, per cogliere la palma di una fede che non lasci rimpianti, senza la pretesa di essere perfetti: la peggiore delle iatture, la più grande delle bestemmie.
La nostra corsa, "non un prendere a pugni l'aria" - direbbe Paolo - mi ricorda i miei calzettoni tirati giù e i pantaloncini corti di quando avevo quindici anni e si correva con poverissime cose, senza le Nike firmate e tutto l'equipaggiamento che poi ci hanno fatto sentire come irrinunciabile.
Come la nostra corsa verso quel Dio che avremmo voluto persino imitare con le nostre poche idee, senza le contorsioni delle strategie e delle pastorali, del marketing e persino di certa miserabile filosofia.
Ed eravamo più felici: correvamo anche meglio.
Anzi, "correvate così bene" dice Paolo incredulo nel vederci appesantiti da tutto l'armamentario dei maestri di questa o quell'altra sponda che si sono fatti padri non richiesti della nostra verginità.
Non beata ignoranza, ma beata corsa sui colli e dove per li campi esulta come dice il poeta che come Cristo indossava poveri calzari e si riempiva di polvere, raccontava storie e parabole, poesie, fino a sera, davanti agli amici ed ai curiosi, lui che non smisero mai di metterlo in croce.
Correva verso la pasqua, come ciascuno verso la sua, il buon signore di Nazareth; e lo faceva come noi, in questa primavera piena di polline e di polvere sollevata dal vento: quarantadue chilometri tra Nazareth e Gerusalemme più o meno, mentre gli archi di trionfo e le palme gli facevano da cornice, come a Roma, mentre gli uccelli schiamazzavano in quel tempo di primavera, prima che le industrie in quel tempo cominciassero a cacare uova agnelli e gallinelle di cioccolata per la festa del morto in croce, poi risorto, si sa...
Bacche e gemme, sorbe e ginestre, giuggiole, macchie sul crinale e davanti al mare, a metà collina, mentre il treno corre e stride sul binario morto, le scarpette si consumano irregolari sul selciato della corsa che non è infinita, mentre c'è ancora chi ringrazia per questo tempo che è ritornato ancora, Primavera, nudità e veli.