I gigli dei campi dunque: che sarebbero più belli di qualsiasi veste del re Salomone. E di quelle della regina in ori, di Ofir; della regina che veniva dalla ricchissima Saba e che rimase abbagliata dalla saggezza di Salomone appunto; al punto di poter credere che in fin dei conti la veste più bella di costui non fosse di panno e neppure di broccati, ma fosse invece tutta intessuta di sapienza e di virtù: il che oltretutto non gli risparmiò, alla fine, i suoi begli errori, di lasciarsi andare - sia detto per inciso -: perché anche le bellezze di questo mondo, gli esseri umani son belli come non mai ed attraenti, persino per il saggio Salomone oltre che per il derelitto Giobbe che pure, privato di tutto, ricorda di esser venuto al mondo nudo e che si aspetta di andarsene così, senza orpelli.
La verità è che la bellezza del giglio nasce da quella trasformazione chimica maligna ("dai diamanti non nasce niente; dal letame nascono i fior") che non ha nulla della bellezza che cerchiamo; e che del resto se ne va via.
E non c'è una donna (e un uomo) bello che non abbia dovuto conoscere l'oltraggio del tempo, delle offese, delle mutazioni, dei tradimenti, dell'invecchiamento.
Spesso, nel degrado più tragico nascono uomini nuovi e grandi, capaci di grande sensibilità e di nobilissimi sentimenti, di gesti impareggiabili.
Chi è costretta ad umiliarsi, persino a svendersi, per far crescere un figlio venuto per un incidente di percorso, indesiderato, in principio; chi resta con la propria pena nel cuore per aver fallito - agli occhi del mondo - e che invece sa stare vicino a genitori vecchi, a vicini di casa in là con gli anni fa per loro la spesa cotidiana e le pulizie; ne netta il corpo ferito dal tempo...
C'è una veste ricca e meravigliosa che copre la nostra nudità, l'essere a nudo di fronte alle difficoltà insormontabili; e c'è una bellezza michelangiolesca in ogni gesto compiuto a sostegno di chi è più debole ed è solo; di chi chiude la porta a sera e si chiede se questo non sia il tempo giusto per sparire, ammesso che qualcuno se ne accorga prima che un odore dolciastro inondi le scale del condominio.
Perciò neppure si preoccupano del domani - ormai - questi derelitti e sono belle le vesti, come un sudario, di quelle membra che al mattino si prendono la briga di suonare alla porta per sapere se sei qui con noi.
Di principi così sono piene le aule delle nostre corti; non entrano strombazzando e sembrano gli ultimi della compagnia, quelli che nessuno saprebbe riconoscere.
In casa mia, a Roma, una vecchina, quando tornavo dal lavoro, mi portava le uova e un po' di verdura da mangiare "è tardi e lei sarà stanco".
L'hanno messa fuori tempo dopo, sfrattata: quelle così non hanno più nessun diritto di stare nel palazzo rinnovato dei nuovi ricchi che hanno investito comprando la palazzina nella Capitale.
A me, mancano le sue uova e le carote, il campanello suonato con discrezione un minuto dopo che ero rientrato in casa. Che vesti, quella vecchina lì!