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Il Gesù di Moravia

Pubblicato da enzo cilento su 3 Marzo 2014, 10:32am

Tags: #attuale

Leggevo giorni fa un intervento di Enzo Bianchi sul tema della Quaresima (ad Oriente la dicono la Grande Quaresima, per distinguerla da quella di Avvento).

Non sapevo ad esempio che la prassi quaresimale risalisse al IV secolo: siamo sempre portati a pensare che tutto sia sempre uguale in materia di fede (e di devozione), come se la tradizione fosse immobile - ab aeterno - e, non appena viene invece scoperta un po' meno antica di quel che riteniamo, pensiamo bene di mettere tutto in discussione: la Chiesa delle Origini non faceva così...

O sì, tante cose la Chiesa della origini viveva in modo diverso dai secoli successivi; catecumenato - dico -elezione del vescovo addirittura per acclamazione.

La Chiesa viveva, mettendo in comune i beni (una sorta di comunismo ante litteram) e così mille aspetti ancora che vengono di continuo ritirati in ballo per richiamare i costumi dei nostri Padri.

Ha senso fare peraltro questo giochino della Chiesa delle origini?

E' come se uno si mettesse a disquisire su diritti civili, norme e leggi dei tempi di Pericle per mettere in rilievo la corruzione dei costumi.

E' il gioco dei nostalgici (li chiamiamo impropriamente tradizionalisti, invero) ed è un giochino sterile: persino Qoelet mette in guardia da chi richiama con nostalgia ai costumi ed alle abitudini degli antichi: non c'è stata un'età dell'oro e quindi neppure tornerà.

Torna solo periodicamente l'atteggiamento di chi rimane legato ad un passato mitico, come la dimensione bucolica di Virgilio e dei poeti elegiaci; come i canti dei pastori fasulli della poesia Georgica.

E' che nessuno deve pensare a Gesù Cristo come alla nostalgia della terra di Bengodi, dell'età dell'oro.

La fede non è una consolazione: è sempre e solo una provocazione e se Cristo non provoca più, diventa solo il pastore sdolcinato della nostra poesia e delle nostre preghiere (di alcune: via!).

"Titire tu patulae sub tegmine fagi" non ha nulla a che fare con Gesù di Nazaret e neppure ne ha il buon selvaggio che è dentro di noi.

Siamo delle belve invece, carnivori, e mi faceva riflettere giorni fa il pensiero di Moravia e di Pasolini (eravamo a fine anni 60): Cristo è un antisistema, in linea di massima; anche piuttosto insofferente a queste incrostazioni. Avrebbe celebrato come celebriamo noi oggi, spesso tra trine e merletti, canti; o avrebbe preso un'altra direzione?

Mi sembra che in linea di massima, pur conoscendo la ritualità ebraica, egli, da essa non dipenda se non come dalla cultura più o meno popolare della gente in cui è nato e cresciuto, sublimando e superando il formalismo e il regolismo ritualistico dei dottori e dei sacerdoti.

Non era un pastore che sorrideva per contratto. Non gli si può certo imputare il buonismo.

Moravia aveva visto bene: era prima di tutto il Figlio di Dio e già per questo uno che provoca.

Il Vangelo di questi giorni, con la totale svalutazione delle ricchezze e delle forme a cui spesso leghiamo il nostro cuore, ne costituisce un'altra dimostrazione. Ed è l'unico motivo per cui Cristo ci piace. Quello che piace ai buonisti, ai liturgisti formali, a quelli che sublimano ogni cosa nella teatralità estenuata dl rito, non è Cristo: è il suo gemello inutile.

Ricomincia Quaresima dunque, da domani l'altro; e ricomincia la recita bolsa del battiamoci il petto.

Provochiamo invece facendo emergere quel po' di guerriero che è Gesù, uno non mai scontato; uno che ti spiazza.

Altrimenti, ditemi un po' che gusto ci sarebbe...

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