Giunge dalla ridente cittadina di Treviglio (Bergamo) - e ridenti lo son tutte le cittadine fino a che il mostro non viene allo scoperto - dove peraltro è nato un grande simbolo della nostra bella Italia pallonare, Giacinto Facchetti - l'ultima sulla barbarie emersa dalla nostra sottocultura sportiva.
A Treviglio dunque una tranquilla partitina tra adolescenti finisce col suo consueto strascico di polemiche e di recriminazioni - come da costume - solo che a protestare e a scatenare la gazzarra non sono i giovanotti in campo (neanche loro ne sarebbero giustificati) ma i ben più maturi genitori.
Due di questi infatti, a fine gara, fanno irruzione nello stanzino dell'arbitro e lo malmenano perché avrebbe chiaramente danneggiato i loro piccoli campioni in erba. Non è una novità - si potrà osservare...
In Brasile, a dirla tutta, mesi fa accadde di molto peggio: il pubblico inferocito pensò bene di fare letteralmente a pezzi l'arbitro della gara che del resto a sua volta si era difeso a colpi di pistola.
Del resto, quando nel 1950 l'Uruguay di Schiaffino e Ghiggia, sconfisse in finale il Brasile, campione del mondo in pectore, nel famoso stadio del Maracanà di Rio (se vi capitasse di farci una visita vi farebbero subito ascoltare l'effetto corrida del pubblico che lo riempie durante gli incontri di cartello), a seguito della sconfitta ci fu una vera e propria sequenza agghiacciante di suicidi: l'onore di casa valeva il prezzo della propria vita.
Ora, Treviglio è una cittadina laboriosa -come si diceva - da cui oltretutto venne su quel piccolo grande gentiluomo dello Giacinto di cui sopra, campione inimitabile di stile e campione intercontinentale con la sua Inter di Milano, bello peraltro d'aspetto e nei modi (suo figlio, Gianfelice, non a caso fa di mestiere l'attore).
Ne conosco qualche amico, di Giacinto: uno di loro è un buon religioso che di quella terra porta l'operosità lombarda e la discrezione.
Non a loro di certo, ad ogni modo, si ispirano i due bravi genitori che pensano bene di vendicare i figli penalizzati e per i quali si accresce la preoccupazione di uno sport divenuto sempre più una fabbrica di frustrazioni e di rivincite personali: anche sulla pelle dei propri ragazzi, caricati pertanto di responsabilità e aspettative che finiscono col privarli del gusto ludico del gioco (tautologia necessaria ndr.): neppure più quello, insomma!
Il che oltretutto fa seguito alla notizia del padre aguzzino di un adolescente agonista del nuoto, tabelle di allenamento, diete, doping e persino ricatti affettivi tutto compreso, in base ai risultati conseguiti dal ragazzino. Il padre - grazie a Dio - è stato giustamente processato e privato della patria potestà in questi giorni: almeno questo!
Così come d'altronde, a spulciare le biografie di ex grandi campioni del tennis (Graf e Agassi, Capriati, tra gli altri), vicende di questo tipo sono tutte all'ordine del giorno (ma il crimine si consuma ovunque: dalla ginnastica, Comaneci; al ciclismo.
Il campione insomma inteso poco più di una fabbrica di denari. C'è da stupirsene?
Qualcuno di loro - anche questo viene da sé - ne ha portato i segni per anni (psicanalisti ed eccessi connessi, comprese piccole imprese nel segno della trasgressione: la Capriati fu sorpresa a rubare nei supermercati: cleptomania).
Rubata loro la gioventù e il gusto del gioco, non resta che la tentazione di rubarsi qualche emozione fuori dal controllo ossessivo del padre padrone. Che li riempie di improperi e persino di lividi, che toglie loro il saluto per una prestazione deludente.
A noi che a cinquant'anni non abbiamo perso il gusto di vivere e neppure di giocate facendo sport, non resta che guardare increduli certe vicende, sicuri che lo sport e il gioco sanno essere ancora educativi quando non diventano l'ennesimo strumento dell'aguzzino che dorme in ciascuno di noi.
I figli non ci appartengono: neppure la loro salute e la loro gioventù. Se solo la smettessimo di giocare con loro la nostra ultima rivincita con la vita.