C’è una sola cosa da fare – improrogabile - in questa vita, per capirsi; ed è quella di pregare.
Ma non si tratta di pregare – dico - dieci Ave Maria e cinquanta Angelo Custode; neppure un numero imprecisato di Padre Nostro coglie nel segno, se vogliamo.
Questo lasciamolo agli Apostolati ad hoc, direi; e a quelli che ripetono e ripetono – talora blaterano - e recitano al ritmo biascicato del Rosario: va bene anche quello...
Noi cerchiamo di farlo cercando invece solo di mettere a fuoco quel che è al fondo dei nostri desideri: per capire di cosa abbiamo bisogno. Mi fermo e prego davanti al mio specchio interiore.
Perché, se uno è davvero sincero con sé stesso, almeno in quel frangente, non può nascondersi ciò che il proprio cuore desidera.
Ed è questo l’esercizio di tutta la vita, non solo del tempo di una Quaresima, l’ultima o la prossima, chissà.
Ci dicono che “Nostro Signore che Sembra Ascoltare Così Poco”, non avrebbe peraltro bisogno che noi gli si ricordi le nostre necessità e la lista della spesa; ma che tale operazione vada fatta, a intendersi bene, – ed è ben credibile che sia così – perché a noi talora viene meno la chiarezza di quel che vorremmo vivere.
Da questo punto di vista è molto vero che di frequente neppure sappiamo cosa chiedere, dunque…
Desidero da una vita, ad esempio, un luogo più o meno solitario e silenzioso in cui scrivere e leggere, studiare e inventare. Passo al vaglio: è vero?
Desidero da sempre, pochi amici cari e discreti, su cui contare; da sempre godere del piacere del creato e la voce degli uccelli e lo stormire di foglie; da tempo, infine camminare solingo dove i passi abbiano ancora un suono. E di là, son certo, potrei partire per essere un uomo innamorato di Dio che mi dà tanto, così come degli altri che mi troverebbero felice.
Passo al vaglio, allo specchio: è vero?
So di non chiedere danaro – questo è certo – sarebbe un surrogato - e neppure visibilità, non ho chiesto case e poderi; non potere e fama; non mai successo.
Quando l’ho fatto era solo per la miseria che vivevo: privo di tutto, cercavo di consolarmi con altro: così fan tutti, del resto.
Ora sto pregando.
Ed è questo che chiedo a colui al quale, bussando, si ottiene; solo che, bussando, bisogna poter dire forte “mi manca il latte o il sale. Ne ha un poco? Mi dà una mano che la casa brucia?”
Questa è la pace che cerco dunque e solo una mal digerita lettura del “far la volontà sua” ci fa sbandare verso disegni che non ci appartengono in modo alcuno, magari in buona fede e per compiacere qualcuno che ci sta a cuore: il nostro ego, la nostra stessa lettura “morale” della vita.
E’ sotto questo aspetto che la vita è preghiera dunque, cioè chiarezza, non capriccio, è reale conoscenza di sé; è un aiuto ad essere uomini e se stessi, invito da “insegnaci a pregare”, per cui davvero, chi prega, in qualsiasi modo lo faccia, rende migliore il mondo, lo rende beato, migliore, e lo pacifica.
Tutto il nostro malumore, la nostra ansia, il nostro sordo dolore nasce allora come da un non aver pregato davvero; come dall’aver temuto di mettersi a nudo per dire: è di questo che ho bisogno.
Perché talora possiamo anche ingannarci e non dire neppure a noi stessi la verità; ma molto più vero è che alla lunga, davanti al dio che ascolta, non puoi barare: “sono questo, ho bisogno di un panino al giorno, per dividerlo semmai; di un letto e qualche libro, di luce fino al vespro; dell’armonia che cerco fuori scompostamente; di quella fetta di pace che cambia il mondo, il mio; e con esso, quello di chi incontro”.
Mi voglio fermare – l’ho fatto, ora – come sarebbe necessario sempre in questa vita, per capire cosa mi aspetto per poterla benedire; per capire chi sono e farvi pace, prendendomene cura, una volta per sempre.