Dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre, se è vero che al re piacerà la tua bellezza; se è vero che di questa si invaghirà.
Al 44° dei salmi, m’interruppi e lessi, Ginevra e Lancillotto, come avrei dovuto chiudere con la nostalgia, con i timori, coi miei passati, tutti perché il più bello tra i figli dell’uomo si sarebbe innamorato di me, quello le cui vesti profumavano di mirra, di aloè e di cassia, prima di morire, lui e poi anch’io, assunta in cielo, richiamata su in una spirale di fuoco e di santità, angelicata dopo aver visto il serpente.
Ma dimenticare la propria casa – quando se ne ha una; dimenticare i gerani alla finestra e la veranda, la tettoia sotto cui custodisco i vasi di basilisco e la testa del mio amore piantatavi dentro; abbandonare il colle molle dell’Infinito senza Recanati che m’illude ancora che tutto ancora debba venire, quando invece già tanto è stato e non è detto che della mia vita ci sia ancora molto da scrivere.
Lasciare casa e chiudere i battenti; dire che è finito il tempo dell’attesa della puberale attesa; lasciare le mie coperte …
Era il mio chiostro e la casa che credevo mia, la casa di mio padre, la casa sua prima che mia: il luogo dell’insicurezza.
Perché il padre era stanco di avermi per casa, come se non avessi mai trovato un altro luogo, un altro chicchessia...
E la casa era diventata ostile, gli ultimi tempi, sorprendentemente sinistra, come gli sguardi del padre “cosa fai ancora qui”.
Non sono bella che della mia tristezza disorientata ora che sono spinta ad andarmene, mentre partire è diventato ad ogni modo come il mio modo di vivere: andare- andare- andare: così sia.
E non trovare requie.
La casa di mio padre, il mondo, e la bellezza mia, solo una ricerca senza fine.
“Chi sei tu che vuoi mettermi di nuovo in una casa nuova che puzza di vernice e darmi vesti e sottovesti e darmi un tetto, io che sono vagabonda e raminga, io che sono una che si cerca? Chi sei tu che vedi del bello nel mio camminare senza posa, ciondolante come una pazza in piazza; tu che profumi di mirra come i morti imbalsamati; di cassia e di aloè; e già conosci il tuo destino che finisce su una croce su cui lasciarmi vedova per sempre, meravigliosa e triste con altro basilisco messo in un coccio sotto un’altra veranda, in un altro loggione, in un eremo e dentro le viscere di un altro colle e di questa siepe che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude?
Chi sei tu che mi vuoi far del male strappandomi alla strada dove sono, dopo che gli occhi di mio padre m’hanno scacciato da tempo dalla casa che fu soprattutto sua, “io-che-son-padrone-e-tu-sei-ormai-una-vecchia-intrusa”?
Maledetto il tempo in cui qualcuno si innamora di me guardandomi andare oltre lo scarmigliato aspetto, i capei che non sono a l’aura sparsi ma son pieni di spine e di rovi e di grovigli, medusa disperata e furente!
Io che sono la furente impaurita e tu che sei lo spirito che vuole mettermi in cortile come la fiera nel suo giardino e la sua gabbia, “prendi un pezzo di carne al volo come al circo”…
Io che so d’esser bella senza pace e che mi sono pacificata con il mio esser in guerra.