Per fare il verso al mio sport preferito e alla mia povera squadra prediletta e derelitta, potrei rispolverare il vecchio detto del signor Bonaventura, striscia (o cartoon) che risale a un buon settantennio fa; e che è rimasto nella memoria collettiva anche grazie al vecchio Corriere dei Piccoli, un giornaletto per ragazzi che ancora era in vita fino al termine degli anni 70, quando io e i miei quattro fratelli, la tribù dei piccoli, eravamo poco più che ragazzini, dei mocciosi insomma...
Il signor Bonaventura, che porta oltretutto il nome di un calciatore in grande ascesa in questi giorni (ecco ahimè l'aggancio con l'oggi doloroso insomma); compiva sempre delle buone azioni.
Spesso aiutava i deboli e restituiva il maltolto: non proprio un Robin Hood ma qualcosa di simile.
Era vestito un po' da clown (bella la bombetta colorata!) ed era poco più che uno spilungone allampanato che però, alla fine, per il ben fatto, vinceva un meraviglioso milione, che all'epoca era davvero un milione, come e più di un milione di euro.
Invece di comprarcisi una bella villa alle Barbados e di investire alle Cayman, il nostro continuava ad andarsene in giro tutte le settimane a compiere nuove azioni meritorie.
Solo che i Bonaventura, che pure esistono ancora, non fanno molta audience in generale e forse non hanno molto fascino,
Diciamo pure che oggi più che mai non sono propriamente dei profeti in patria: non fosse altro perché smascherano quelli che sono i Malaventura e che il Capo di Buona Speranza e le Colonne d'Ercole della propria consuetudine e della propria miopia proprio non intendono superarli: il che peraltro può essere anche legittimo, dopotutto. Si vive come si sa...
Non ci si stupisca quindi se Bonaventura non abita più qua; se le belle azioni d'un tempo non gli son riuscite sotto i nostri occhi indagatori; e se infine abbia deciso di cambiare aria: l'aria di casa è sempre la più pestilenziale per chi non volesse essere etichettato come "il figlio di...".
Che è poi la condanna di nostro Signore certo, ma anche di qualsiasi "figlio di".
Attori e dottori, registi e scrittori, sportivi e professori "figli di"; o metton su un bel pelo sullo stomaco in grado di resistere ("resistere, resistere, resistere" - come Borrelli); oppure vivono il peso di essere già letti per la propria origine nota: "quello sappiamo chi sia e da dove venga: è proprio il figlio del carpentiere...".
E' per questo che in genere "i figli di" cambiano mestiere e cambiano città e che a casa propria diventano innocui e tristi, dei falliti.
Il signor Bonaventura dunque, il milione, qui proprio non se lo conquista; deve andarsene altrove, mentre i Vangeli ricordano che i profeti in patria proprio non esistono.
Invidia, presunzione, pregiudizi e tanta umanità variegata: "i tuoi prodigi non ci ingannano. Noi sì che sappiamo chi sei".
E così anche i miracoli più belli diventano un mezzo imbroglio, un caso da analizzare e da mettere in discussione, perché noi non abbiamo dimenticato da dove vieni e chi sei: tu sei un furfante che gioca a fare l'alieno, tu sei l'alieno che è nato sotto casa e che noi non siamo riusciti a cambiare.
Chiuso l'uscio, Bonaventura o chi per lui, scosse la polvere appiccicosa dai sandali e cambiò città. In cambio gli venne dato un milione: per aver tolto il disturbo.
A lui non rimase che riprendere a dar calci a quel pallone su cui era disegnato un mappamondo.
Bonaventura non era quello di Bagnoregio: era molto più umile e disinteressato. Per questo non piacque. E quell'anno non segnò.