Tale Enis Nadarevic, calciatore slavo che milita in Italia, nel Bari, è assurto ieri agli onori della cronaca grazie ad un morso (sic!) che avrebbe dato in partita ad un avversario.
Inutile dire che si tratterebbe di un fallo assolutamente inusuale e del tutto fuori dalle regole.
Anche perché "mordere" è proprio della specie animale, così come il ragionare dovrebbe essere dell'uomo - sostengono i maghi del sillogismo - per cui, se uno dovesse mordere, vorrebbe dire che quanto meno ha perso il ben dell'intelletto, la ragione.
In merito a questa poi, anch'essa nondimeno è foriera di numerosi equivoci, di norma, il primo dei quali è ritenere che il suo procedere unico sia universalizzabile, predicabile, di ogni singolo uomo (ideologia) allo stesso modo e generando le medesime conclusioni.
Il morso più celebre comunque, al di là di quello della tarantola e dei morsi della fame che oggi parrebbero di grande attualità, è il morso che il pugile Mike Tyson inflisse ad Alexander Holyfiled durante la disputa di un Mondiale (siamo a metà degli Ottanta), fino a staccargli l'orecchio;
mentre non pochi mordono le caviglie, nello sport; mordono il freno, nella vita; mordono con la satira e con la scrittura, con le vignette come quelle di Forattini, una volta; così come c'è oggi chi tra i miei dieci lettori, sostiene ch'io, in questa fase, morda appunto, "col dente avvelenato".
Non so dolermene invero, dal momento che mordono tutti coloro che provano a rivelare verità scomode, aspetti sottaciuti: lo fanno romanzieri e giornalisti; politici veri e liberi pensatori; gli oppositori del regime; chi difende i diritti di chi non ne ha; preti scomodi e una volta i sindacalisti; registi e uomini liberi.
Mordere - se non è solo un atto automatico e compulsivo tra mandibola e mascella, pura attività involontaria della muscolatura maxillofacciale - è insomma un bel fare; un operare per il bene: mordevano profeti e poeti e anche Gesù Cristo - più di tutti - per non dire infine di Paolo e Pietro, di Giacomo e di molti santi, tra i quali ovviamente io non ho alcun posto, se non per isbaglio.
Quelli che mordono (non solo per stracciarsi le vesti) in generale lasciano il segno e mi piacciono. Magari un po' meno i Savonarola d'antan e quelli che annunciano l'imminente fine del mondo: il mondo è da un pezzo che è sull'orlo del baratro. Perché scomporsi, dunque? Meglio mordere!
Non è neanche vero - concludo - che chi morde è incapace di commozione e di empatia. Spesso lo fanno proprio per questo, costoro; perché sentono, con forza.
Mi preoccupa di più la lingua morbida e lasciva, le gengive senza denti del "povero diavolo" di turno che al Cristo che morde dice: "ma perché t'affanni? Basterebbe che tu mi leccassi il deretano per poter conquistare il mondo, la notorietà, il denaro".
La Chiesa oggi è a questo Vangelo di Matteo che fa riferimento: bisogna trovare il coraggio di provare a mordicchiare un po' per annunciarlo.
Non come il sottoscritto, certo, che morde spesso l'aria, appunto; visto che in giro non ce n'è più tanta di trippa per gatti.