Scintillavano - appena qualche giorno fa - le parole che papa Bergoglio rivolgeva al clero di Roma, richiamando un'immagine che gli è cara, com'è noto, quella dell'ospedale da campo in cui siamo chiamati ad intervenire.
Non saprei se in questo c'è un elemento di novità...
Dopotutto la vita stessa è sempre un campo di combattimento, un campo su cui raccattare morti e feriti, gente ammaccata e disperata.
E' vivere che ci riduce così: che ci logora.
Come capita ad un bel vestito, ad un disco da ascoltare fino alla consunzione (una volta i solchi del vinile andavano consumandosi fino a produrre un suono fesso "carac, carac", da cui il romanesco scaraccare").
Le nostre vite dopo un po' cominciano a scaraccare insomma, come le vecchie carrette e i calessi, una volta, le vecchie automobili: come quelle che Stanlio ed Ollio, nella polvere davanti casa, non riescono a far partire, mentre sorridono imbarazzati, "arrivedorci"...
E' sempre andata così.
Non saprei dire se l'Occidente oggi sia più scaraccato di una volta.
Le guerre continentali da un po' non funestano il nostro vecchio Continente; dopotutto, analfabeti - a parte quelli di ritorno - ce ne son certo meno che cent'anni fa; tenore e aspettativa di vita sono aumentati; certe famiglie di facciata che vivevano nell'ipocrisia, con tanto di amante tollerata e nota, di violenze e molestie domestiche dovrebbero essere meno diffuse di una volta. Alcuni falsi miti legati allo status simbol della rispettabilità e a tutto il suo armamentario dovrebbero essere sfioriti, donne illibate e custodi del focolare domestico compresi.
Quanta retorica c'è stata dietro tutto ciò.
E quanto dolore!
Il dolore e la disillusione c'erano e ci sono, tanto che credo a tutta prima ci sia anche tanto più coraggio in più, quest'oggi; voglia di accorciarsi le maniche e di ricominciare: persino cambiar casa e città, lavoro.
Riprovare - se uno ha avuto un coniuge violento e non più o mai innamorato - a credere che altro la vita possa ancora offrirti.
Dopotutto, io preferisco così: agli uomini neppure Dio può negare un'altra chance.
Certo, ricominciare è leccarsi le ferite ma anche curarsele, provarci; e da questo punto di vista, se è vero che servono gli ospedali da campo, occorre pure che essi siano popolati di medici attenti ed ottimisti, sorridenti, che ti facciano credere che si può riprendere e ricominciare.
In questo, l'idea dell'accoglienza ritengo sia determinante.
Anche se non sempre è andata così...
Siamo dischi rotti - come si diceva - con un rumore sinistro di solchi segnati dal tempo e da una puntina che ci ha rovinato tanto, da non suonare più così come nuovi; e il vinile - è noto - è impossibile da rimettere a posto così come nuovo.
Credo che serva solo tanta pietà - come sarebbe occorsa anche prima, sempre - senza illudere nessuno che nulla sia accaduto. Sono accadute troppe cose sulla nostra pelle e noi non saremo mai più quelli di una volta, quando il disco sembrava portare l'aria fresca di un'orchestra in grande stile: accade nelle amicizie e negli amori interrotti.
Tutto lascia un segno e le delusioni e i fendenti, le accuse, recriminazioni, vandalismi soprattutto.
L'8 marzo, il presidente Napolitano ha conferito un riconoscimento pubblico all'avvocato sfigurata dall'acido dei sicari, inviati a rovinarla per conto del suo "morboso" amante di un tempo.
Dietro quella mano e quel sorriso pieni di cicatrici c'è la memoria di tutto quel che è accaduto.
Quel baciamano mi è sembrato la prima terapia del medico del nostro virtuale ospedale da campo.
Basterebbe questo per riprovarci e - paradossalmente non c'è neppure bisogno di essere credenti per farlo - : "le tue ferite ti rendono bella, degna del nostro rispetto. Riparti per noi, avvocato!" - diceva il novantenne a quella donna dal volto scaraccato.