Mi è capitato talora di dover suggerire a chi è più giovane di me: scegli in questo modo, piuttosto che in quest'altro.
E questo mi suona infinitamente complicato, visto che scegliere non è propriamente un'operazione algebrica e nessuno può sostituirsi a noi per farlo.
Di certo, col tempo certe scelte, o non scelte, rivelano il loro valore o la loro fallacia, e in ogni caso l'unico principio che sento di poter indicare come universalmente valido è quello di farle a partire da noi stessi, prescindendo da quello che altri potrebbero aspettarsi da noi.
Molte volte mi è capitato che, alla vigilia di una decisione qualcuno mi abbia indicato la ben nota via ignaziana (mi riferisco ad Ignazio di Loyola): "fa' gli esercizi ignaziani" - qualcuno mi ha suggerito. Ed altri ancora, semplificando, mi ha suggerito di non prendere decisione alcuna nei momenti di crisi (in gergo si chiamano di "desolazione").
So bene che è così. Che insomma decidere quando si è in fondo al pozzo, con l'acqua alla gola, può essere estremamente pericoloso.
Eppure, urge talora, proprio in quella situazione decidere cosa fare per non annegare, né si può dire "aspettiamo che le fasi lunari facciano scendere il livello dell'acqua", perché non è detto che se ne abbia tempo.
Mi è capitato anche di recente.
Un giovane universitario, confuso, poco saggiamente spintovi dal padre, mi si avvicina per capire qualcosa di sé e delle cose da intraprendere.
Ho finto con me stesso di esser il Gran Mogol, pur sapendo di non esserlo in alcun modo, e l'ho riempito di quei suggerimenti inutili che spesso ci hanno dato alla sua età, vani se non per il fatto che almeno mostravano di prendersi cura di noi, di prendere a cuore il nostro "dramma".
A quelli che ti minacciano dicendoti che ti taglieranno i viveri e che ti faranno a pezzettini - mi è venuto in mente di dirgli - potrai rispondere come faceva il vecchio santo, Policarpo, a cui fu chiesto infatti di rinnegare tutta la sua storia e il suo passato, anche facendosi forti del fatto che non fosse, notoriamente, uno coraggioso.
Policarpo, a questo tale minaccioso Stazio Quadrato ebbe solo a rispondere "Vedi, da 86 anni servo Gesù Cristo e in fondo questi non mi ha mai fatto nulla di male: come potrei bestemmiare il mio Re che mi ha liberato?"
E l'altro: "Ti posso far bruciare vivo".
A cui Policarpo chiude la bocca infine "Il fuoco che mi minacci brucia un momento, poi passa; io temo invece il fuoco eterno della dannazione".
E quale dannazione più grande - mi dico - che rinnegare le proprie inclinazioni, ciò che sentiamo come di più autentico dentro di noi, come ciò che davvero non possiamo tradire?
Al giovanotto piacque la mia citazione e mi disse di aver compreso che le scelte che gli erano richieste erano quelle di non tradirsi e di non buttarsi via, di portare avanti quella sorta di progetto che aveva sempre coltivato e che in certo modo doveva appartenergli.
Fu così che lo salutai lasciandolo sorridente.
Era il contrario del giovane ricco rattristato dal fatto di non aver saputo rinunciare alla sua ricchezza; la sua ricchezza - mi illusi - doveva davvero farlo incontrare con la verità di sé, se quella ricchezza era fatta di legittime ed interiori, sublimi, giovanili aspirazioni.
Ringraziai in certo modo il vecchio santo Policarpo che mi aveva ricordato nella mia pochezza, la bellezza di essere giovane.