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Dietro il plexiglass

Pubblicato da enzo cilento su 11 Marzo 2014, 20:50pm

Tags: #in vista

Lo subissiamo di parole questo povero Cristo che pende dalla croce: altro che "non fate come i pagani che sprecano parole e che credono di essere ascoltati a forza di parole".

Il fatto è che le parole talora coprono il nulla; quasi sempre la disperazione e un abisso muto e lacerante come il grido di Munch.

Un grido quasi sempre squarcia la tenebra della notte: urlo perché non neppure so più cosa dire, come la voce di Syd Vicious in un disco dei Pink Floyd, come il punk impazzito che si abbranca alla sua chitarra; e al suo crack, alla siringa.

Urliamo e parliamo, "padre che non rispondi".

Guardati attorno per piacere e dimmi perché solitudini e domande di un senso che non sappiamo più trovare.

Nel pomeriggio, allegra brigata di quelli che portano la fede in giro, fino a prova contraria, siamo andati in un ospedale napoletano, a parlare, senza pregare, tentando di farci compagni e compagnia. E c'era il dolore e i tubi delle macchine per respirare che impedivano di morire.

Ci si scopre così inadeguati, col proprio chiacchiericcio, tanto che verrebbe da sedersi a guardare il soffitto e le pareti squallide ed asettiche di stanze e corridoi: dove sei? Perché non ascolti queste parole mute di chi soffre in silenzio, groviglio di tubicini e di ematomi sulle braccia di Lazzaro?

Non ti commuovi più per il tuo amico morto?

Altro che subissarli di parole, questi poveri cristi appiccicati al letto ed alla vita, chissà con quanta voglia di farlo oltretutto; solo stare zitti, senza neanche dire "Padre nostro che sei nei cieli". Perché se sei nei cieli, in terra non ti vede più nessuno con la luce al neon e dentro le lenzuola grigie della malattia.

Non subissatelo di parole, come i pagani che credono di essere ascoltati. Non sente.

E la nostra voce è come dietro il plexiglass della doccia; dietro la barriera del suono, come da un oblò dell'aereo che decolla verso un altro mondo che non ci appartiene.

Non ti parlo più - mi dico mentre sono seduto in questo tunnel del male che non fa respirare - che questo pane quotidiano sa di tradimento e raccapriccio. E il nome tuo non lo santifica questa fine, quest'uomo imbracato dentro un pannolone per non perdersi liquidi e vita, quel po' di vita che c'ha ancora in corpo.

"Da dove viene?" - gli facciamo; né con questo intendiamo chiedere di dove venga appunto tutto questo dolore; solo - impersonalmente - la provenienza fisica di quel poveretto dentro il letto: "quale la sua città?".

Tanto, che già è molto che quello non ci risponda "dall'inferno".

E lui che vorrebbe dirti infatti che viene da giorni pieni di speranza, tempo fa, di giovinezza; e poi da giorni di ansia, di paura e di malattia, di terrore e di sofferenza.

"Sa, io vengo a parlarle di quel Dio che si è dimenticato di lei e di noi" - mi verrebbe da dire.

E gli vorrei dire, se solo avessi più parole, come i pagani, che se insiste a pregare, chissà.

E invece non è così, neppure questo ci è lecito sperare. "Sta' zitto e soffri, resta pure senza parole; ci sarà pure un Padre a cui farai pena, una volta sulla croce".

Giovanni leggeva il suo giornale mentre sullo sfondo andavano le immagini dei suicidi che si lanciavano dall'alto delle Twin Towers per non finire tra le fiamme.

In mano un calice di cognac, sembrava uno che dice un "fate questo in memoria di me". Senza un'ombra di redenzione.

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