Ma ogni Simeone che non perde la speranza e che per tutta la vita continua ad aspettare e aspettando, a cercare, ha il diritto di incontrarlo il senso della sua esistenza e lo ha già guadagnato a ben vedere, già solo spendendo la sua vita in questo modo.
Perché c'è una sola condanna che possiamo infliggerci: quella di non cercare più nulla perché non abbiamo risposte né crediamo che possano venire da nessuna parte: si chiama disperazione, questa.
Ma stare lì, come quel tale che aspettava alla finestra che la moglie tornasse dal lavoro pur sapendola partita per andarsene altrove, è già un gran senso donato alla nostra esistenza: l'attesa. Lei tornerà.
Come quell'animaletto che mi attende al mattino in campagna, alla stessa ora, per vedermi passare correndo e cominciare a scherzare, rincorrendo e nascondendosi, familiarizzando, intuendo chissà se con sorpresa che tornerò...
Bisogna stare lì ma con un animo tutto proteso ed attento per far sì che chi deve passare non ci sfugga e perché la nostra attesa non sia inutile.
Bisogna vegliare, almeno con un mezz'occhio aperto, anche quando si è stanchi: benedetta fiducia che qualcuno verrà!
Si sa che Simeone che dà nome a questo blog è come il simbolo di questa nostra storia, della mia attesa, della mia scrittura; che in fondo non abbiamo mai smesso di sperare - un occhio mezzo aperto e l'altro chiuso - che qualcosa si materializzasse all'orizzonte.
E ogni sera ripetersi "ora lascia o Signore che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto..."
I nostri occhi vedono e non vedono sempre: sono limitati e vecchi, stanchi. Talora si ingannano come di fronte a dei miraggi.
Vecchio Simeone, sono sempre qui davanti a questo immenso tempio dell'essere che si squaderna di fronte a noi - lo gran mar dell'essere. Spesso mi sembra di vedere un bambino e questo mi dà speranza. Uno che mi somiglia e mi riassume, mi contiene, un Dio che è anche in noi.