Alla legge del taglione non ci si può abituare mai, anche se a farvi riferimento dovesse essere Gesù in persona. Neppure a quelle forme di autoflagellazione invero, di punizione corporale che pure tanta fortuna hanno avuto in passato.
Ho peccato: dunque mi fustigo!
Ai tempi ormai remoti della mia università di Lettere, con la mia bella tesi da sviluppare sulla figura e gli eccessi del pur beato Jacopone da Todi, ricordo i riferimenti continui - veri o leggendari - delle fonti, a quelle pratiche "ascetiche" di mortificazione della carne a cui Jacopone e i suoi contemporanei si sarebbero sottoposti.
Del nostro, rammento, è celebre l'episodio che lo vede impeciarsi e poi lanciarsi in un pollaio per spegnere i bollenti spiriti; mentre sua moglie - morta nel crollo di un solaio - sarebbe stata scoperta fornita di un terribile cilicio.
Anche del mite san Francesco del resto sono note le pratiche di mortificazione per punire la "mortifera" carne che attenta alla nostra purezza; per non dire poi dei monaci e dei padri del deserto, gli stiliti, di s. Antonio Abate e quant'altri...
A questo proposito, mi ritorna alla mente un buffo episodio vissuto in prima persona.
Ospite di amici francescani (dell'Immacolata) che neanche ero laureato, una delle prime sere sento come delle litanie recitate in corridoio fuori dalla mia porta e nel contempo come uno schioccar di fruste e di scudisci. Mi sono chiuso per bene in stanza, sottochiave, spaventato da cotanta barbarie e dai maldigeriti ricordi forse di Poe e dei suoi racconti dell'orrore, salvo poi venire a conoscenza - il mattino dopo - dell'antica pratica della "disciplina", rigorosamente corporale, a cui si sottoponevano i giovani baldanzosi, ospiti di tale convento. Ne fuggì...
Di queste pratiche infine sono rimaste tracce in molti riti penitenziali e quaresimali - visto che siamo nei tempi giusti - nella ritualità di alcune confraternite di Battenti e Flagellanti che ancora sono attive in Calabria e in Abruzzo, ormai scovate dalle tv e dai turisti e come tali operanti a loro uso e consumo, come le danze tribali delle riserve indiane e delle tribù del cuore dell'Africa e dell'Oceania.
Torno al punto di partenza.
Nel Vangelo di ieri, Gesù parlava di quell'occhio da cavare, di quella mano da tagliare, di quel piede da strappare per non essere vittime della Geenna.
Me ne sono sempre allontanato più o meno inorridito da questi passi. Certo è che il Nostro parlava col linguaggio del tempo e secondo le immagini consone a quella cultura ed anche a quell'immaginario popolare che la contraddistingueva. Eppure non è tutto.
Non si tratta insomma dell'apologia né della legge del taglione e neppure delle pratiche dell'autoflagellazione in cui peraltro molti di noi già riescono benissimo ogni giorno, almeno sul piano psicologico - mi dico.
Si tratta invero di evitare di fare quel passo (di spingere quel piede) che ci conduce verso un sentiero scivoloso; di evitare di buttar l'occhio con insistenza su quanto alla lunga ci sporcherebbe lo sguardo e ci turberebbe (mica siamo di ferro!); di non assaporare il lievito dei farisei, di non toccarlo: cioè di evitare che i nostri sensi si avventurino lungo percorsi che alla fine ci snaturano e ci fagocitano, come la Geenna appunto.
Se - chiarisco ulteriormente - guardare un certo tipo di immagini, frequentare un certo genere di luoghi alla fine ci cambia - in peggio - e ce ne fa dipendere, forse non resta che "semplicemente" essere realisti e comprendere che alla lunga ci fa molto meglio evitare quella che una volta si chiamava "l'occasione prossima di peccato": tutto con molta consapevolezza di sé e forse contravvenendo un po' a quella che è la nostra naturale curiosità con cui ci divertiamo a metterci alla prova fino a scottarci le dita...
Forse si chiama prudenza questa; o saggezza.
Ricordo a questo proposito un vecchio testo di Mogol e Battisti (La collina dei ciliegi) che recitava "troppo spesso la saggezza è solamente la prudenza più stagnante".
Ed in effetti la stagnazione può farci paura. Come la temerarietà. La conoscenza di sé ad ogni modo - pur potendo ogni giorno evolversi verso nuove frontiere del sé - è senza meno un mezzo di cui si servono le persone intelligenti. E forse già questo basta a giustificarne l'adozione.
Forse non c'è coraggio maggiore di quello di saper fare i conti con i propri limiti. Il contrario è solo presunzione. E con quella non c'è taglione che tenga.