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Il succo del lavabo

Pubblicato da enzo cilento su 16 Febbraio 2014, 11:46am

Tags: #in vista

Tra la santità e la maledizione spesso passa solo una sillaba, un quasi nulla. Il diavolo sta nei particolari. E il male, in essi, inevitabilmente.

Come quando l'amore per quel che è intorno diventa irrefrenabile attrazione, fino al panteismo (eppur Dio non è esattamente là); più che un immanentismo impazzito e disperato (eppure Dio non è lui): in cui gli uomini diventano Narcisi "fine a se stessi", specchi che si adorano; e dietro di loro non c'è che un Dio che ha perso il suo nome, assumendo il tuo al più, o solo un corpo, giovane.

E' come tra l'amore che vorremmo dare, fino alla consunzione (accade che lo si desideri da giovani; e che continui - tra amore e morte appunto - poli che si attraggono come nella continuazione della specie); e il piacere che vorremmo poterne trarre, fino a sentire che quell'amore è così forte, così carnale, così evidentemente qui, in muscoli ed ossa, da poterne avere percezione come carne che brucia e cera che si scioglie sulla pelle.

E spesso è proprio dietro l'idealizzazione della creatura, dell'unico Dio che vediamo, che ci perdiamo: per un particolare.

Tanto da smarrirci, dio l'uno all'altro nella ipotesi migliore, o dio solo a se stesso.

Il vitello diventa d'oro e si chiama Dio, in tal caso, ha occhi di smeraldo come una serpe; ci conduce fuori dall'Egitto della nostra insoddisfazione e ci fa toccare il fondo del piacere che non ha fondo.

E' solo un particolare ma il Dio è diventato divo e le sue membra sono quello di un idolo che ci obnubila la mente e non possiamo pensare ad altro: come il disco rotto, incantato, e la puntina che ritorna sullo stesso solco.

Anche parlar di Dio e innamorarsene come d'un pupazzo che ti fa sollevare i piedi dalla tua terra, dove cammini, può somigliare a questo: si perde la testa per ciò che diventa un feticcio sostituendo la vita, nella sua interezza; anche Dio può diventare questo, un abbaglio, miraggio.

Si dice "egli ha perso la testa"; o forse meglio "ha perso il bandolo della matassa" verrebbe da dire: ho perso il filo della mia esistenza, nel senso che essa non ne ha più uno: ha solo una catena ed una dipendenza. Mentre noi aspettiamo un liberatore: uno che trasformi la nostra energia e le convogli.

Per questo, dieci parole sulla pietra, per non perderlo il filo; e per convogliare energie che rischiamo di disperdere; per non sostituire a Dio che mette luce sulle nostre ragioni un idolo che ci fa diventare schiavi di una lettura schizofrenica della nostra vita; per non inseguire cose che non ci riempiono; che non ci conducono che verso un abisso di insaziabilità.

Sono i particolari, dieci parole, a cambiare il senso e la direzione delle cose; e lo stare male confina sempre con il più semplice non stare in assoluto, il non stare in piedi, il non sussistere e reggersi sulle proprie gambe, il che sempre accade quando si assume una forma di dipendenza che anziché liberarci fino al massimo delle nostre potenzialità e farci stare in piedi, ci segrega in una cella in cui solo l'iniettarsi del farmaco ci garantisce un amaro sollievo, senza curarci, malati terminali, o almeno cronici, senza speranza, prigionieri.

Catturati dal mito della gioventù eterna e della vita senza fine, del piacere che ci consuma nella perenne rincorsa di darsi in pasto la polpetta di Cerbero; dieci bocche da sfamare ed un orcio fesso, che continua a perdere tutto il liquido che dentro vi viene versato.

Sono i particolari - le fratture dell'orcio - che fanno di noi un contenitore che si riempie e che non va svotandosi di continuo, piuttosto che un colabrodo bucherellato in cui non resta traccia di ciò che lo ha attraversato.

Tanto che la nostra memoria, di quel che siamo stati e delle tappe del nostro vivere, spesso somigliano ad esso; col reiterarsi del farsi passare attraverso senza aver imparato nulla, senza che nessun succo sia rimasto dentro.

Il diavolo sta nei particolari, in quei buchi della corteccia cerebrale, in quelle pause vuote del nostro cuore dove non passa più luce; solo buio e cenere, pulviscolo, l'eco della bocca di Munch: disperato, perché vado scivolando fuori dall'orcio anche io, fuori dai fori del colabrodo, perdendomi e dimenticando chi sono, chi sono stato, appena ieri, incapace di aggrapparmi e di sentirmi sazio.

Il nostro inferno è scivolare giù, come nel gorgoglio del lavabo.

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