Ci diciamo sempre di non mettere alla prova: noi stessi e il Dio in cui crediamo.
Eppure le prove non mancano mai, come quelle che oggi Giacomo ricorda: quelle che generano pazienza. Ma noi siamo un mondo di impazienti del resto, e questo è un dato "culturale" ormai. Tutto e subito.
E allora bisogna aver pazienza anche quando constatiamo con chiarezza di non averne abbastanza; e che le prove possono generare in noi la forza o invece il suo contrario, fino a dire "fino a che punto dunque".
Ma il nostro Dio non si offende per questo, perché sa di cosa siamo plasmati: sa che siamo polvere, come ricorda il salmista; sa che la pazienza talora - come quella di Giobbe - è davvero l'ultimo degli ostacoli, quasi invalicabile, per molti, e in tanti momenti.
Mi rileggo spesso il salmo 72 a questo proposito, dove un uomo, impaziente, di fronte all'ingiustizia, alla sofferenza, al successo dei non meritevoli, al loro grasso che sporge loro dagli occhi, ha proprio un moto di impazienza: "possibile che sia questo il modo di correggermi e di farmi capire?".
Di certo se leggi Agostino e il suo commento, che parla di quella correzione che un padre mai fa mancare a chi ama, anche a costo di farlo star male, ecco che quella ingiustizia perpetrata in modo continuato ed inaccettabile, può diventare il modo per fartelo riconoscere l'ostacolo e quindi ti insegna a tenerne conto: in certo modo ti fa capire che superarlo significa prenderlo da un certo verso, da un altro. Che l'ostacolo è ciò che ti fa crescere - se così si può dire - che ti fa sviluppare un cuore o una tecnica che non conoscevi.
La pazienza, dunque.
Virtù dimenticata al punto che tutto e subito si consuma l'amore e una relazione "instabile"; che tutto e subito si lascia il campo quando ci si scopre inadeguati alla battaglia; che di fronte a quanto ti vien chiesto tu ti dica "sono fatto così" rinunciando a qualsiasi tentativo di lasciarti un po' modellare dagli eventi.
"Io sono fatto così" del resto è anche il modo di essere pazienti di fronte al proprio limite, al riconoscimento di sé, della propria miseria, senza presumere. E pazienza se le cose stanno a questo modo...
Vorrei aver pazienza con me stesso senza che questa divenisse disperazione; averne con gli altri, perché la pazienza cambia il modo di relazionarci al nostro limite e a quella inspiegabile assenza di una Provvidenza che intervenga secondo i nostri desideri, a orologeria.
Pazienza se c'è da cambiare un pannolino e da aspettare qualcuno ad un appuntamento; se c'è da sopportare la differenza e la diversità degli interessi; persino quando si sia fatto tutto il possibile e si debba dire, "pazienza! Forse mi ero sbagliato: su me stesso e su altri, su tutte le mie proiezioni. Pazienza davvero se sono quell'uomo fragile che scopro ogni giorno incerto davanti alle decisioni, alle scelte che mi si pongono come il bene ed il male. Da capire e da interpretare.
E pazienza se non sempre ne sono in grado, immediatamente; se ho bisogno di altri. E che in fin dei conti mi richiamano al peso della nostra innegabile fragilità".
Pazienza davvero se non so essere per molti né per sempre l'amico fidato e la spalla su cui appoggiarsi. Pazienza se non sempre le prove ci rendono migliori.